MORFOLOGIA DELLA SCRITTURA
È il 10 novembre 1918, il giorno precedente la fine ufficiale della Prima guerra mondiale. Cala il sipario sulla più grande carneficina che l’Umanità ha conosciuto sino a quel momento. Gli Imperi centrali sono crollati, l’Italia ha riportato il successo decisivo del 4 novembre a Vittorio Veneto, la pace è ormai all’orizzonte. Un giovane sottufficiale italiano, da diversi mesi recluso nel campo di concentramento di Cellelager in Germania, scrive e spedisce l’ultima cartolina da prigioniero: il destinatario è se stesso, l’indirizzo quello di casa sua. L’uomo si immagina dunque presto tra le mura domestiche, ricongiunto alla propria famiglia, pronto a ricominciare una nuova vita dopo i combattimenti, il sangue, la detenzione. Decide pertanto di auto-spedirsi una corrispondenza nella quale è possibile cogliere tutta la speranza per un futuro migliore, lungi dalle tenebre della paura, finalmente immerso nella fulgida luce del domani.
Campo di Celle – 10 Novembre 1918
Carissimo Peppino,
Le tenebre che avvolgevano il mondo nelle sue spire funeste sono scomparse ed è subentrata la luce, la più vivida, la più chiara. Quando riceverai questa tua, sarai già a casa, fra le bellezze della tua patria, fra le dolenze sacre della tua famiglia. Esulta: le sofferenze sono scomparse, la triste parentesi della tua giovane esistenza è svanita per te, come per il Mondo, incomincia una nuova Era; t’auguro che questa sia per te più favorevole della precedente. Mostrati forte ed all’altezza del tuo compito, dei tuoi doveri verso la famiglia.
Tuo Peppino.(7)
L’autore-destinatario della cartolina è il sottotenente Giuseppe Chioni, e la sua testimonianza rappresenta di fatto soltanto una piccola scheggia all’interno dell’abnorme deflagrazione causata dal conflitto. Non soltanto trincee e battaglie caratterizzano il grande racconto della guerra e dei suoi attori. Circondati da interminabili sequenze di filo spinato e cancelli, sorvegliati a vista giorno e notte, rinchiusi in fetide baracche di legno: i soldati con le loro «parole prigioniere» sono evasi sistematicamente, hanno sorvolato i campi e le linee nemiche e sono giunti a casa con il loro carico di speranze e timori.
I prigionieri italiani hanno dunque prodotto una grande varietà di testi che oggi è possibile leggere con un apparato metodologico e critico assai sviluppato. La stragrande maggioranza delle testimonianze oggetto di questo studio proviene dall’Archivio Ligure della Scrittura Popolare, il cui intero patrimonio archivistico è fondato per oltre un terzo da scritture relative alla Prima guerra mondiale. Alcune di queste sono state realizzate direttamente nel campo di concentramento (cartoline in franchigia, lettere, diari), altre sono state redatte ad esperienza penitenziale finita (memorie, autobiografie).
La prima tipologia per estensione è senz’altro la cartolina in franchigia, fornita direttamente dai nemici per il tramite della Croce Rossa Internazionale, la quale aveva anche il compito di provvedere alla consegna dei pacchi. Esse assolvono alla funzione <zero> della comunicazione prigioniero-casa, ovvero il contatto. È infatti una cartolina in franchigia ad informare i parenti del soldato circa la sua nuova condizione di recluso e il suo stato di salute. Generalmente i prigionieri avevano a disposizione una cartolina in franchigia a settimana per poter contattare i propri familiari. Si tratta di una tipologia di scrittura rigidamente controllata dalla censura, costretta nello spazio testuale –massimo 15 righe– e votata ad una comunicazione basilare, quasi sempre incentrata sulla richiesta di cibo e sulla rassicurazione circa il proprio stato di salute. Una delle versioni di cartolina in franchigia più diffuse prevedeva persino una risposta già pagata per i familiari, i quali erano dunque costretti a comunicare con le stesse modalità sorvegliate e contingentate dei detenuti. Di qui l’importanza della lettera, intesa come maggiore spazio di espressione e profondità dei concetti.

(Figura 1. Cartolina prestampata per prigionieri di guerra. Si notino le indicazioni per lo scrivente «Riempite questa cartolina immediatamente! Sono prigioniero di guerra in Germania» e le espressioni da annullare «Sto bene.», «Sono ferito.», «Malato.». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG42, Epistolario Luigi Degioanni, Cartolina in franchigia, 3 novembre 1917.)

(Figura 2. Modello frequente di cartolina in franchigia con risposta pagata per prigionieri di guerra, con simbolo Croce Rossa Internazionale, dicitura «Nicht zwischen die Zeilen schreiben!» e numero di righe prefissate (15). Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Cartolina in franchigia di Bernardo Maurizio con risposta pagata, Sigmundsherberg, 14 ottobre 1918.)
L’atto materiale della scrittura è un gesto solo apparentemente ordinario: procurarsi il supporto, organizzare gli argomenti e produrre un testo nonostante un’alfabetizzazione talvolta mediocre, sono solo alcune delle difficoltà oggettive che incontrano gli scriventi. La fatica di scrivere è dettata anche dalle condizioni fisiche deplorevoli e da quelle mentali totalmente esaurite. In questo senso persino leggere diventa un’impresa ardua nel campo di concentramento. Valga ad esempio la testimonianza dell’ufficiale Astengo, studente di medicina, che vede naufragare il tentativo di studiare un libro che aveva con sé:
Per adesso intanto, come quasi tutti gli altri sono stanco, stanco, stanco. Ho con me un buon libro di medicina, ebbene confesso che non ho avuto la forza di volontà di quasi neanche incominciarlo, nonostante parecchie volte mi ci sia messo di buon impegno. Non capisco niente e non ho la forza di capire niente. (…) Attualmente due soli libri mi sentirei capace di leggere, giacché sarebbero di vero conforto e riposo e tonico alla mente: Dante e il Vangelo. E difatti osservo che questi testi sono abbastanza diffusi tra gli ufficiali. Si vede che lo stesso fenomeno mio si verifica a carico pure di altri. (…) Adesso tronco ché non ho più voglia di scrivere e di pensare.(8)

(Figura 3. Avviso di censura della posta militare di Sigmundsherberg dove si spiega il motivo per cui la corrispondenza è stata rigettata. Ai prigionieri sono proibite «forti o esagerate lagnanze di fame». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Avviso di censura.)
Se i soldati possono fare a meno di leggere, diverso è il discorso relativo alla scrittura, intesa come necessità. I motivi per cui i prigionieri si avventurano nella pratica scrittoria sono molteplici: sopravvivere e richiedere sussistenza; trasmettere un’esperienza considerata eccezionale; tramandare la memoria dei fatti; sopportare le difficoltà della detenzione; controllare e rinsaldare a distanza legami affettivi. Lettere e cartoline servono anche per tranquillizzare i familiari a casa: è importante in quest’ottica la funzione accessoria della fotografia, il cui valore supremo è legato all’eccezionale possibilità di un riscontro visivo. Le richieste del soldato Bernardo Maurizio vanno esattamente in questa direzione, e testimoniano il bisogno di verificare de visu il reciproco aspetto degli scriventi. «Non so quale disturbo vi porto –scrive il prigioniero– ma aviate pazienza sicome causa limmane guerra sono quindici mesi che non o compiacenza divedervi se non vi e di grave disturbo dezidererei una vostra fottografia o per lo meno quella dei bambini, che mi pare di vederli chi sa quanto grandi».(9) E più avanti è lo stesso Bernardo a promettere un ritratto con le sue «sembianze».(10) L’importanza della fotografia emerge anche dalle lettere dell’ufficiale Zonghi, scrivente con ottimo grado di istruzione, che riceve dopo tanto tempo una fotografia dell’amata:
(…) ti ho stretto al mio cuore con appassionato amore, suggellando poi sulle labbra un bacio eterno d’amore, e per lungo tempo ti ho guardata e mi sei apparsa in tutta la tua bellezza, ed ora in bella cornice se qui sopra al mio letto che mi guardi e guidi sempre assistendo le mi lunghe ore.(11)
Alcuni reduci scrivono con la paura di non essere creduti, talmente è fuori dall’ordinario l’esperienza vissuta, talmente sono grandi i patimenti subiti. «Altro che storie! [ammonisce l’ufficiale Astengo] E quando torneremo in patria e racconteremo questi nostri giorni non ci crederanno o ci diranno che vorremo fare gli eroi e i martiri».(12)
Altre volte la memoria rappresenta una sorta di purificazione, un percorso di espiazione per tutta la miseria umana che il prigioniero ha dovuto osservare, sopportare, condividere: Ho scritto questo diario dal vero e in forma molto semplice, ma sincera e senza illusioni. Io ho fatto solo la terza classe elementare. Ho fatto quello che ho potuto e l’ho fatto volentieri. Forse sarà una mia illusione: ho fiducia che questo labirinto di una miriade di patimenti possa e debba essere stato un grande bagno purificatore per l’umanità (Ceccotti, 2004: 92)
Motivazioni, funzioni e strutture delle testimonianze sono poi circostanziate da differenti unità di spazio e tempo. I luoghi della scrittura, limiti spaziali che talvolta coincidono con estremità psicologiche, influenzano la stesura dei testi.
Il tempo della scrittura è in grado di modulare il racconto e la percezione della vita carceraria. Nel campo di concentramento i ritmi sono dilatati e –come afferma il soldato Ceccotti nella sua memoria– «Là dentro il tempo passava fra continue meditazioni e contemplazioni» (Ceccotti, 2004: 79). Allo stesso modo,una differente scansione temporale è dettata dalle difficoltà della comunicazione: mentre la posta ha ritmi assai lenti, la fame è implacabile. Ecco perché i tempi della posta sono assai importanti, ed ecco il motivo per cui non sbagliare indirizzo, essere precisi e scrupolosi nella compilazione, significa avere maggiori possibilità di sopravvivere. Diversa è anche la frequenza della scrittura: il prigioniero può scrivere solo una cartolina alla settimana mentre i familiari possono spedirne quante più desiderano. Vi è insomma una sproporzione tra necessità e possibilità.
Nelle lettere e nelle cartoline difficilmente si descrive il campo di concentramento. In primo luogo per non incappare nella censura, in secondo luogo per non deprimere i destinatari delle corrispondenze. Diverso il discorso per i diari e soprattutto per le memorie dove invece lo spazio di detenzione è maggiormente protagonista. Nei giorni immediatamente successivi la sua liberazione, l’alpino Calosso definirà il lager da poco abbandonato come un «paese reticolato», con un interessante riferimento alla dimensione del «paese», con le sue regole e i suoi ritmi.(13)
Il tentativo di riprodurre una comunità si osserva anche attraverso il frequente utilizzo dei saluti estesi nelle lettere, che dalla famiglia tendono ad abbracciare la cerchia più ampia del borgo natio. Bernardo Maurizio racconta, per esempio, che nel campo di concentramento si era ricostituita un piccolo gruppo ligure entro il quale si parlava esclusivamente il dialetto.(14)
Diversi gli scriventi che si soffermano invece sulle baracche di legno che fungevano da dormitori, quasi sempre raccontati come luoghi di miseria, senza alcune norme igieniche, esposte al freddo intenso. Infine alla descrizione del campo di detenzione si accompagna talvolta l’immaginario della metodica organizzazione carceraria, dove allo spazio del racconto si somma l’idea di un controllo oppressivo:
(…) mi misi in giro per vedere dove mi trovavo, eravamo in una pianura e il campo era formato da tanti isolati divisi fra loro da corridoi come le vie delle città moderne e ad ogni incrocio vi era una sentinella. Ogni isolato era separato dai corridoi da rete metallica e filo di ferro spinoso cosicché ogni recinto era isolato dai vicini. In ogni recinto vi erano otto baracche che potevano alloggiare cento persone, una baracca con la cucina, una con il comando e uffici, quindi una più piccola che serviva da vivanderia. Nell’insieme era tutto ben disposto ed organizzato.(15)
SCRIVENTI E TESTI
Una riflessione sulle qualità testuali prodotte dai prigionieri di guerra italiani nella Prima guerra mondiale non può prescindere dalla maggiore conoscenza degli scriventi. Livelli di alfabetizzazione, provenienze regionali, ruoli ricoperti nell’esercito e condizioni sociali sono solo alcune delle variabili che influenzano l’approccio alla scrittura. La maggiore di queste differenze è senz’altro la contrapposizione tra ufficiali e soldati semplici.
Gli ufficiali amministravano la disciplina nel campo, sulla base dei rapporti gerarchici esistenti durante la guerra. Godevano generalmente di un buon trattamento economico con il quale potevano integrare un regime alimentare assai scarso e acquistare generi di qualsiasi tipo, dal tabacco alla carta da lettere. Peggiori le condizioni di vita dei soldati semplici, stipati in enormi stanzoni senza riscaldamento, minacciati continuamente da pidocchi e malattie infettive. Molti finirono per lavorare all’esterno dei campi, impegnati in agricoltura o nelle fabbriche. Per la maggior parte di essi le scarsissime risorse finanziare rendevano proibitivo l’acquisto di materiale scrittorio, obbligandoli ad affidarsi quasi esclusivamente alle cartoline in franchigia.
Prendiamo in considerazione alcuni scriventi ed esaminiamo il rispettivo approccio alla scrittura. L’alpino Maurizio Bernardo appartiene ad una famiglia di contadini e possiede un grado di scolarizzazione basso. Dal 29 giugno 1917 al 26 ottobre 1918 scrive dal campo di «Sigmundsherberg, Elechtrizita Werche Wien XI Simmering».(16)
Comunica essenzialmente con cartoline in franchigia e qualche lettera, la maggior parte indirizzate alla famiglia. Il soldato semplice sembra incapace di attrezzare la propria cultura e la propria mentalità in modo da affrontare quanto accade. Più spesso tace, mostrando di voler condividere con i destinatari soltanto l’andamento della vita famigliare di tutti i giorni, relegando l’esperienza carceraria quasi a livello di parentesi. Da borghese svolgeva il mestiere di olivocultore, professione che influenza molto le tematiche delle corrispondenza.
Bernardo prova malinconia verso l’ambiente familiare e verso tutto ciò che rappresenta consuetudine o normalità in generale, con frequenti richiami ai raccolti e alla vita agricola. Assidue sono anche le richieste di viveri che costui inoltra, introdotte da formule di scuse che denotano imbarazzo e che lasciano trasparire in controluce una drammatica necessità.
Un altro alpino, Emanuele Calosso, anch’egli proveniente dal mondo contadino, appare più tenace nelle richieste di cibo ai familiari.(17) Il suo è un carteggio notevolmente ampio, comprendente in totale 270 missive di cui una parte considerevole riguarda il periodo della prigionia dal giugno del 1917 al novembre del 1918. Il suo referente principale è la madre, alla quale sono destinate tutte le richieste più importanti. Nonostante i limiti della macchina postale, tra i due si instaura un dialogo serrato, differito e sfasato, ma continuo.
Anche da parte di Calosso si registra il bisogno psicologico di ricevere notizie da casa per evitare una perdita di contatto con la comunità di origine. La scrittura pone un freno allo spaesamento dettato dalla lunga permanenza in un ambiente estraneo e ostile come quello del campo di concentramento. Con il passare del tempo il giovane viene inghiottito dalla fame e dal degrado, dal freddo e dalle fatiche dei campi. Ma resiste e riesce a tutelare la propria integrità proprio grazie alle missive, che conserva per tutta la prigionia e riporta a casa una volta terminata la guerra.
Non sempre la quantità di scrittura è così ampia da poter apprezzare parabole individuali e mutamenti percettivi.
Prendiamo il caso di Pantaleo Casazza, caduto prigioniero il 20 ottobre 1917 e morto in Germania il 23 febbraio 1918. L’unica testimonianza dell’intero periodo di detenzione è una missiva del 28 gennaio 1918 in cui il soldato dichiara di trovarsi prigioniero e di stare bene: questo è tutto ciò che rimane della parte finale della sua esistenza.(18)
Casazza possiede un livello di scolarizzazione basso ed è proprio la guerra che lo spinge a scrivere in maniera costante per la prima volta nella sua vita. Emblematica a tal proposito la circostanza in cui l’autore racconta di non essere stato trasferito ad un ufficio nelle retrovie proprio a causa della sua scarsa conoscenza della scrittura. L’ignoranza è dunque vissuta come sofferenza da parte dello scrivente, ed è interessante in questo senso un passaggio di una lettera in cui si rammarica per l’occasione persa:
Anno domandato…quelli che Ano una bella Callegrafia per farli scrivere in qualche uficio ma perme di queste Cappacità non neo (…) digli che vada volentieri alla scuola che io menecorgo adesso lanecessita che a un uomo asaper ascrivere io che non o la capacita di spiegarmi soffro.(19)
Prendiamo ora in considerazione la memoria di Alessandro Mezzano, nella quale l’autore si sofferma maggiormente sui minimi particolari della detenzione: i trasporti, i viaggi e gli spostamenti, i luoghi, le condizioni di vita, i rapporti con le guardie e le relazioni tra gli stessi prigionieri(20).
Emerge la lotta quotidiana per la sopravvivenza, la ricerca spasmodica di cibo, gli espedienti per procurarsi qualsiasi alimento in grado di integrare una dieta poverissima. C’è la volontà di raccontare, non c’è vergogna, nemmeno per la descrizione dei passaggi più delicati, come quelli legati alle malattie, alle zuffe animalesche per un pezzo di pane, o alla «camorra» imperante.

(Figura 4. Particolare della memoria di prigionia di Alessandro Mezzano con pianta ortogonale del campo di concentramento. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG17, Memoria Mezzano, pp. 50-51.)
In alcuni casi la genesi della scrittura è esplicitata dallo stesso prigioniero. È il caso del diario del tenente medico Giulio Astengo, tenuto durante il servizio militare dal 1917 al 1920 sul fronte italo-austriaco e in prigionia in Germania. Come è lui stesso a spiegare in un passaggio del testo, il diario è frutto di diversi tentativi poi confluiti in una forma finale più omogenea:
21 Settembre 1917 – Voglio provare qualche volta a trascrivere proprio tali e quali mi passano per la mia testa certe considerazioni che faccio sia in ore di ozio sia di lavoro, sotto certi stimoli che in guerra sono tanti e tanti. Ho provato, onde conservare certe impressioni di guerra, ad usare vari metodi: o il diario quotidiano (quello lo facevo nei primi tempi di guerra e l’ho fatto precisamente fino ai 15 di settembre del 1916, arrivando a Sonetti, il giorno avanti era morto Berta), le lettere a casa ma non ho potuto continuarle a farle bene giacché non potevo trascrivere alla Mamma tante cose onde non allarmarla ed intristirla, le lettere agli amici ma temevo di parere esagerato, od ai parenti ma anche lì ho temuto di passare per esagerato. Siccome però sulla veridicità di certi aneddoti e di certe conclusioni non ammetto replica da uno che non abbia visto la guerra, quindi ho deciso di prendere questo block-notes e di buttarvi qui quando e dove voglio quello che penso. Ma proprio tali e quali mi passano e mi nascono nella mente. Così un giorno vedrò e rievocherò meglio questi giorni di guerra e certi apprezzamenti che ora giudico genuini.(21)

(Figura 5. Frontespizio del diario di prigionia dell’ufficiale medico Giulio Astengo compilato a Cellelager. Titolo autografo: «Ciò che talvolta mi passa in testa». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, p. 1.)
Un esempio finale di questa piccola rassegna è fornito dall’elaborato di Mario Cassini: si tratta di una memoria che si trasforma in diario, un testo in evoluzione dunque, capace di restituire diversi gradi di percezione dell’esperienza carceraria. «Pout-Pourì della mia Prigionia»:(22) è questo il titolo che l’autore diede al quaderno nel momento in cui iniziò a scriverlo, dopo quattordici mesi di detenzione.(23) Catturato in Trentino il 16 maggio del 1916 durante la Strafexpedition, Cassini nel luglio del 1917 rielabora i ricordi e compone un testo straordinario per ricchezza.
di dettagli. La memoria, si è detto, si trasforma poi in diario, con annotazioni quotidiane dall’estate del 1917 fino alla fine della prigionia. Il testo è diviso in capitoletti che seguono il corso degli avvenimenti, mettendo in risalto spesso un episodio o un tema specifico. Dopo il luglio del 1917 la memoria-diario non perde la divisione tematica ma assume un’impostazione cronachistica, con marcatori temporali in successione cronologica e la forma verbale al presente. Il testo ha uno scopo testamentario nell’intenzione dell’autore, il quale vuole riversare il ricordo nella scrittura per liberarsi dello spettro della prigionia. Per questo avrebbe voluto che le pagine del quaderno non fossero di carta povera e deperibile, bensì di una qualità più resistente e durevole:
Questo disgraziato foglio il quale ci [parola illeggibile] queste righe di dolore, mi rincresce che sia carta straccio vorrei che fosse carta pecora che non avesse tanto a lacerarsi. Naturalmente quando un giorno sarò nel mio ridente paese non vorrò più ricordarmi di questa angoscie che stò ora passando, ed i miei figli potranno leggere con giudizio la mia vita, così potranno odiare maledire e vendicare quanto soffre suo padre. Del poco e debole cervello che mi è rimasto per le peripezie passate (cioe: fame, freddo, pidocchi, calciate di fucile, e bastonate) ricordo ciò che nessun scrittore nessun chiaravalle a mai usato [osato] a descrivere, hà mai pensato a ciò che avrebbe potuto passare un italiano prigioniero in Austria. Voi hò legitori: non state a dar del matto a chi scrisse queste righe, piuttosto pensate che le parole che dice un prigioniero sono alquanto [altrettanto] preziose di quelle che stà dicendo un padre quando muore assistito dai suoi figli.(24)

(Figura 6. Sinistra: Copertina del diario-memoria di Mario Cassini. Titolo autografo: «Ricordo della mia prigionia. Vienna 1916-17». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, copertina. Destra: Frontespizio del diario-memoria di Mario Cassini. Titolo autografo «Pout-Pourì della mia Prigionia – Unpò di tutto della mia prigionia». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, p. 1.)
LA FAME AL CENTRO DEI TESTI
Il tema in assoluto più ricorrente nelle testimonianze scritte dei prigionieri di guerra è senz’altro la fame. Il regime alimentare eccezionalmente povero invade la mente e l’immaginario degli autori, i quali tramite la scrittura richiedono cibo ai familiari, esorcizzano i patimenti della fame, la raccontano in ogni suo aspetto più tragico.
Come abbiamo già visto in precedenza, Dalla Volta segnalava come fenomeno psicologico frequente l’integrazione dell’alimentazione attraverso la fantasia, una particolare strategia di resistenza psichica di cui è rimasta traccia nella produzione autobiografica. Facciamo riferimento a tre documenti straordinari, prodotti nello stesso campo di concentramento e nello stesso periodo: sono l’Arte Culinaria di Giuseppe Chioni e Luigi Marrazza, B 98 e Ricettario Culinare n.2 di Giosuè Fiorentino.25 Tra questi il più interessante è probabilmente il ricettario di Arte Culinaria compilato nel campo di prigionia tedesco di Cellelager, nei pressi di Hannover.
Scritto tra gennaio e febbraio del 1918 dal sottotenente Giuseppe Chioni con l’aiuto del collega Luigi Marazza, entrambi poco più che ventenni, il quaderno raccoglie 414 ricette, articolate in sezioni, ciascuna delle quali introdotte da un disegno dedicato allo specifico tema culinario: 17 antipasti, 11 salse, 70 fra minestre, zuppe e pastasciutte, 16 pizze, 34 specialità a base di pesce, 80 di carne e selvaggina, 24 modi di preparare frittate e uova, 20 tipi di piatti a base di polenta, 57 pietanze a base di verdure e legumi, 66 dolci e marmellate, 19 varietà di pane.(26)
Ciò che rende assolutamente unico il testo è la tensione alla liberta che è possibile cogliere come tema profondo. Il cibo, oltre ad essere indispensabile per la sussistenza, costituisce infatti per i prigionieri un elemento di resistenza all’alienazione ed alla spersonalizzazione indotte dalla segregazione forzata. Esso rappresenta al tempo stesso una risposta al bisogno di riappropriarsi idealmente dell’ambiente domestico. Molte delle ricette risultano assai condite, pesanti, grasse: l’esuberanza scrittoria fa emergere per antitesi l’assoluta mancanza di cibo. Il ricettario si configura a tutti gli effetti come una sorta di evasione dal campo di concentramento, il volo della fantasia oltre i reticolati, verso un immaginario Paese di Cuccagna, luogo mitico della tradizione popolare.
La premessa del ricettario Chioni è un manifesto di resilienza, un testamento tragicomico dove ironia e dramma si mescolano:
Questa raccolta di ricette di culinaria, fatta nel campo di prigionia di Celle, è il frutto di uno dei più strani fenomeni psicologici senza il quale sembrerebbe inspiegabile come tante giovani energie, come tanto rigoglio di vita e di giovanilità fervida non abbia trovato modo migliore di manifestarsi ed espandersi. E chi non è vissuto fra noi, chi non ha avuto un’idea delle nostre sofferenze fisiche e morali potrebbe sorridere ironicamente pensando alla metamorfosi che ci ha mutato da guerrieri in cuochi; però se si pensa ai lunghi digiuni che ci costringono a stare rannicchiati per sentire meno i crampi della fame, a non muoverci per intere giornate onde sprecare meno energie, che ci rendono delizioso come una golosità il famoso pane Rappa e se si pensa che la fame presente ha un triste risalto con l’abbondanza trascorsa, sembrerà naturale come ognuno sognando il domestico focolare abbia ricordato le squisite pietanze e gli intingoli appetitosi preparate dalle mani premurose e delicate della mamma o della sposa lontana; abbia ripensato ai tempi in cui felice presiedeva allo allestimento di essi e dallo scambio reciproco di ricordi, rimpianti e desideri ne sia scaturito questo ricettario. L’utilità di esso è discutibile, non fosse altro che ci farà ricordare di tante ore tristi e monotone in tempi migliori che con un simile riscontro sapremo salutare traendone insegnamenti ed esperienza.(27)
(Figura 7. Sinistra superiore: La copertina dell’ «Arte Culinaria» di Giuseppe Chioni e Luigi Marrazza «Scritta durante la prigionia in Germania». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG46, Ricettario Chioni, copertina. Destra superiore: Prefazione all’ «Arte Culinaria» di Giuseppe Chioni e Luigi Marrazza dove gli autori spiegano le motivazioni e il contesto psicologico del testo. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG46, Ricettario Chioni, p.1. Sinistra inferiore: Particolare dell’ «Arte Culinaria» di Giuseppe Chioni e Luigi Marrazza: illustrazione autografa che introduce la sezione «Antipasti e Contorni». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG46, Ricettario Chioni, p. 5.)
Il tema della fame e la costante richiesta di alimenti costituiscono di gran lunga i motivi più ricorrenti nelle lettere e nelle cartoline in franchigia, quasi sempre veicolo del disperato tentativo di sottrarsi alla morte attraverso l’aiuto dei famigliari e dei pacchi della Croce Rossa. In alcuni casi dietro la richiesta di un particolare cibo vi è il tentativo di ripristinare una parte della propria identità. Questo si verifica quando lo scrivente cerca di ottenere una pietanza o un ingrediente caratteristico del luogo di nascita allo scopo di provare ancora una volta il «sapore di casa». Indicativa in tal senso la richiesta dell’alpino Calosso, il quale vorrebbe ricevere dai familiari «un po’ di pesto di basilico».(28) Cibo per sopravvivere ma anche per sentirsi legati all’ambiente domestico, come nel caso di Bernardo, desideroso di ottenere un pacco con un «farina di polenta o fagioli, e alla prima occazione un po di condimento».(29) Il riferimento al condimento torna in diverse testimonianze, come quella di Zonghi, il quale in una cartolina ai genitori non si capacita della possibilità di alimentarsi senza di esso.(30)
La fame estrema emerge anche da alcuni accenni ai furti nelle cucine (Ceccotti, 2004: 104), gesto per il quale si rischia la fucilazione, o alle liti furibondeper un pezzo di pane.31 Il soldato Perassolo nella sua memoria racconta di aver scavalcato un recinto ed aver consumato gli avanzi di alcuni maiali.32 La disperata ricerca di cibo, inoltre, cambia i valori delle cose materiali all’interno del campo di concentramento. Sono numerosi i riferimenti nelle scritture dei prigionieri ad alcuni scambi assolutamente sproporzionati, valga ad esempio la testimonianza dell’ufficiale Astengo dedicata ad alcune compravendite improbabili:
Attraverso i quadrati del reticolato contratti incredibili per un pezzo di carne, o una scatoletta di carne o un po’ di formaggio. Chi offriva orologi, anelli o denaro in contanti in rilevante quantità. Chi offriva la merce erano o soldati nostri o guardiani austriaci. Roba da affamati per aver perso la dignità non dico di ufficiali, ma di uomini. Che triste e brutto ricordo!(33)
La fame è capace di generare comportamenti compulsivi sconsiderati, che in alcuni casi hanno condotto i prigionieri alla rovina. Cassini nel suo diario-memoria racconta per esempio di aver assistito alla morte di alcuni detenuti causata dall’indigestione di patate crude ed erba raccolte direttamente nell’immondizia34. In un altro passaggio l’autore ripercorre la vicenda di un gruppo di prigionieri giunti al campo dopo Caporetto in preda a una fame disperata. Nel momento in cui quest’ultimi ricevono i primi pacchi da casa, dopo quattro mesi di semi-digiuno, si riempiono di pane letteralmente fino a scoppiare. Il resoconto di Cassini qui diventa agghiacciante:
Essendo questi così vuoti e affamati non seppero regolarsi a mangiare questo pane, lo vollero mangiar tutto per levarsi una buona volta la fame, ma questo pane fu la morte di diversi. Appena mangiato ci prese la sete, si misero a bere acqua e dentro questo pane si gonfiò e ci venne la pancia come ad una donna, furono portati all’infermeria, ma non ci fu nessun rimedio, subito messi in barella per portarli all’ospedale, ma strada facendo morirono.35E infine, è ancora una volta Cassini a descrivere con dettagli orribili l’ennesima morte causata dalla fame e dai tentativi di arginarla a qualsiasi costo. Si tratta della vicenda di alcuni prigionieri che scelgono di sfamarsi con un preparato somministrato ai cavalli, a base di torsoli di granturco, paglia e canne, pressato e trasformato in tavolette. È il cosiddetto «pane di Simmering», dal nome di una località austriaca dove i prigionieri si recano a lavorare e dove rubano l’alimento. Il risultato è un blocco intestinale e la conseguente morte dei protagonisti.(36)
GLI ALTRI TEMI
Accanto alla fame intesa come motivo predominante della testualità dei detenuti, nelle loro produzioni autobiografiche ed epistolari emergono molti altri temi legati alla descrizione dello stato carcerario. Tra la grande varietà di argomenti toccati dagli scriventi cerchiamo ora di isolare quelli preponderanti, partendo tuttavia da un vuoto: il concetto di patria. La nazione e più in generale tutte le manifestazioni retoriche risultano infatti decisamente assenti tra i temi trattati dai prigionieri. La mancanza di riferimenti ad ideali patriottici, più frequenti agli inizi dell’esperienza bellica, svaniscono al contatto con la privazione e la sofferenza. La patria non varca i cancelli del campo di concentramento, è lontana e sbiadita, e ciò si riflette sulle scritture in esame, assai più centrate su problematiche legate alla sopravvivenza.Moltissimi prigionieri sono divenuti tali dopo Caporetto, episodio che nelle testimonianze diventa spesso l’incipit del racconto, l’anteprima dell’esperienza di detenzione. Nell’economia testuale dei diari e soprattutto delle memorie il momento della cattura rappresenta dunque un ricordo indelebile, quasi sempre legato alla descrizione dello sfondamento del fronte a Caporetto e alla disastrosa ritirata che questo evento innesca. Con esso finisce la guerra combattuta e inizia quella subita della prigionia. L’irresistibile attacco nemico e il conseguente sbandamento generalizzato ha innescato fenomeni inimmaginabili di violenza, disinibizione e sofferenza per militari e civili. Siamo di fronte a scritture che permettono di percepire lo sconcerto, la paura e l’incoscienza di quei frangenti.Uno dei passaggi narrativi più ricorrenti all’interno del racconto pre-carcerario riguarda i fatti immediatamente successivi la cattura, dove primeggia la descrizione del viaggio verso il campo di concentramento. Questo avviene attraverso lunghe marce a piedi o tramite convogli ferroviari inadeguati. I prigionieri sono stipati a decine in vagoni adibiti al trasporto di bestiame, esposti al freddo e alla promiscuità, costretti a viaggiare in piedi per interi giorni. Un’immagine che richiama in una sorta di cortocircuito temporale alla successiva tragedia della deportazione ebraica:
Passando davanti ad ogni vagone vi era un soldato tedesco, che contava quaranta di noi, e ci faceva entrare nel vagone. Di questi ve n’erano dei chiusi, e degli aperti, io combinai in uno chiuso. Entrammo, mettendo la testa nella porta, mi colpì un odore di stalla, e appoggiando la mano sul pavimento per salire, la sentii bagnata, e che vi era qualche cosa di poltiglioso; guardai, era sterco di bovini. Dovetti salire per forza, e quando i quaranta che eravamo destinati al vagone fummo sopra, ci chiusero dentro. Ci tenemmo tutti in piedi, il buio, sentivamo il letame sotto i piedi e quindi, malgrado la stanchezza che avevamo, cercavamo di appoggiarci alle pareti, per vedere di dormire.(37)
Una volta imprigionati, un elemento centrale nella quotidianità del prigioniero è indubbiamente la posta, la quale assume un’importanza letteralmente vitale per garantirne l’integrità fisica e mentale. Il suo funzionamento, i tempi di invio e di consegna, le modalità di compilazione delle cartoline in franchigia sono tutte variabili che il detenuto deve conoscere molto bene per avere maggiori opportunità di sopravvivenza. Soprattutto nelle lettere si incontrano riferimenti alla censura, al malfunzionamento postale, alla regolarità dei pacchi e alle reciproche verifiche sulle missive inviate e ricevute. Non ricevere la posta rappresenta un disagio enorme, capace di compromettere definitivamente l’equilibrio interiore dei prigionieri.
Prendiamo ad esempio il caso di Davide Massa, catturato il 3 giugno del 1916 e rimasto in cattività fino alla fine della guerra. Scrive in un italiano stentato, pieno di incertezze nella separazione delle parole e di dialettalismi non sempre chiaramente decifrabili. Il suo maggior problema non sembra mai essere quello alimentare, bensì il desiderio di ricevere regolarmente la posta e di conseguenza le notizie da casa.
«Cara Madre – scrive il prigioniero il 10 giugno 1917 – io mi quro [curo] sempre di schrivere maio non posso mai ricevere una carto lina e ne meno una lettera dacaza non so sesarete morti si o no».(38)
Un altro tema centrale legato alla posta è quello relativo ai colli alimentari che i detenuti potevano farsi spedire dai famigliari oppure dalla Croce Rossa. Inutile insistere sull’importanza dei pacchi nell’economia della vita nel campo di concentramento, basti pensare alla constatazione dell’ufficiale Astengo che, una volta ricevuto il primo, afferma «comincia una vita nuova».39 L’abbonamento che le famiglie dei prigionieri dovevano sottoscrivere con la Croce Rossa per poter ricevere il pane è fondamentale: le lettere sono piene di questa richiesta insistente, spesso seguita da preghiere affinché l’abbonamento stesso venga rinnovato puntualmente. Altre volte i prigionieri sono assaliti dal timore che i pacchi non arrivino integri a destinazione perché manomessi durante il viaggio, o persino che non giungano affatto perché rubati dagli impiegati postali austriaci. Anche per i pacchi è necessaria dunque una buona «alfabetizzazione postale», valga ad esempio il caso di Bernardo che in una lettera alla famiglia spiega molto bene le modalità con cui le scatole devono essere preparate affinché si conservino intatte, passino la censura e giungano con precisione al campo dove è detenuto.
Anche il freddo e le strategie per combatterlo sono centrali nelle scritture in esame. Il clima eccezionalmente rigido delle zone dove furono impiantati i campi di concentramento, la denutrizione e l’abbigliamento inappropriato costituivano un problema enorme per i prigionieri. Di qui le richieste costanti rivolte ai familiari per ricevere indumenti di lana, calze in particolare, nella speranza di contrastare i rigori dell’inverno. Un’altra arma per resistere alle basse temperature era considerato il tabacco, anche questo molto richiesto tramite la corrispondenza. Fumo per respirare aria calda, per narcotizzare lo stomaco ma anche per ottenere oggetti all’interno del campo. Qui infatti il denaro non serve sostanzialmente a nulla, mentre il tabacco ha un valore di scambio molto alto.

(Figura 8. Sinistra: Cartolina in franchigia per prigionieri di guerra senza linee prestampate. Nel particolare si noti una frase censurata. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG44, Epistolario Massa, Cartolina in franchigia, 7 giugno 1916. Centro superiore: Esempio di cartolina in franchigia (recto) per prigionieri di guerra a cura del Comitato di soccorso di Torino. Questo tipo di oggetto postale era correlato all’abbonamento per l’invio di pacchi postali contenenti pane. Si noti, tra gli altri, il bollo rosso della «Convenzione di Ginevra 6 luglio 1906». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG44, Epistolario Massa, Cartolina in franchigia, 18 febbraio 1917. Destra: Ricevuta di consegna dei pacchi alimentari (recto) con questionario per il prigioniero. Si noti la risposta autografa «sisignore» relativa alle buone condizioni del plico. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG44, Epistolario Massa, Ricevuta pacchi, 14 ottobre 1917. Centro inferiore: Verso della cartolina in franchigia con stampigliate le indicazioni del mittente sul numero di pacco ricevuto e lo spazio per eventuali comunicazioni aggiuntive. Si noti inoltre l’indicazione: «La preghiamo vivamente di rimandarci questa cartolina completata colle indicazioni in essa richieste. Manderemo altri tre pacchi, uno per settimana. La Commissione». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG44, Epistolario Massa, Cartolina in franchigia, 18 febbraio 1917).

(Figura 9. Sinistra: Abbonamento alla Croce Rossa Italiana per l’invio di pacchi alimentari (pane) al prigioniero Maurizio Bernardo. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, 20 settembre 1917. Destra superiore: Cartolina in franchigia che attesta la consegna dei pacchi alimentari (verso) con questionario per il prigioniero. Si noti la nota autografa «Salute ottimissima. Venga pacchi». Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, data illeggibile. Destra inferiore: Cartolina in franchigia che attesta la consegna dei pacchi alimentari (recto) con indirizzo del destinatario. Fonte: ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, data illeggibile.)
Se il tabacco è considerato un mezzo per arginare psicologicamente il freddo, l’impegno manuale è talvolta usato per fronteggiare fame e noia. Il lavoro è per questo motivo un argomento costante nelle scritture dei prigionieri e non sempre è letto in chiave negativa. In molti casi infatti esso è considerato come una via di fuga dalla noia e dalla staticità del campo di concentramento, e sono diversi i detenuti che fanno spontaneamente domanda per ottenere un’occupazione in fabbrica o nelle campagne. L’obiettivo è anche quello di poter accedere ad una razione maggiorata di cibo, come prevedevano i regolamenti per gli impiegati al di fuori del campo. Ma non sempre è così, come testimonia per esempio Mezzano, il quale racconta di aver affrontato lunghe e faticose giornate di lavoro potendo consumare pasti assolutamente insufficienti.(40)
Dai diari e dalle memorie dei prigionieri è possibile inoltre tratteggiare la figura dei carcerieri, elemento che naturalmente risulta assente dalle lettere e dalle cartoline in franchigia poiché sottoposte a censura. La cattiveria degli aguzzini si riscontra in diverse testimonianze tutte incentrate sull’uso della coercizione e della violenza, spesso ingiustificata. La disciplina al campo è garantita da provvedimenti come «il palo del diavolo», pratica punitiva che costringeva il prigioniero a rimanere in piedi legato per ore ad un pilone di legno, sorvegliato a vista da guardie austriache che «gioivano al vedere sovente qualche italiano a quelle torture a quelle atrocità [e] passeggiavano davanti con il suo sigaro alla bocca con una superbia come domatori di belve feroci».(41)
Le imposizioni dei carcerieri sono agli occhi dell’ufficiale Astengo tutte riassumibile nella parola «verboten», intesa come proibizione e controllo ossessivo. Con tragica ironia il prigioniero descrive così la sorveglianza al campo:
A guerra terminata saranno molte le denuncie rispetto al trattamento subito dagli italiani –e non solo– nei campi di concentramento. Un caso editoriale interessante è quello relativo all’opuscolo La Prigionia degli Italiani in Austria (1918), che verrà tradotto in diverse lingue tra cui lo spagnolo. Dotato di un apparato fotografico efficace e forte, il testo è a tutti gli effetti una raccolta di «impressioni e ricordi» dalla quale emerge con potenza l’immagine negativa dei carcerieri.Un tema carico di speranza, in antitesi rispetto alla tetra descrizione del nemico, è senz’altro quello relativo alla pace, intesa come fine dei propri patimenti e conseguente ritorno a casa. Sono moltissimi i riferimenti al momento in cui lo scrivente potrà «riabbracciare» i propri cari, gesto che simboleggia il ricongiungimento e l’azzeramento della distanza –fisica e mentale– rispetto all’ambiente domestico. La pace è una tensione alla liberta, una meta lontana nel tempo e nello spazio che non tutti riescono a raggiungere. Prendiamo ad esempio la vicenda di Luigi Bonino, che nella sua ultima lettera assicura di essere in «perfetta saluta» e incoraggia così la famiglia: «State allegri e contenti che appena riceverò i pacchi io starò benissimo e presto speriamo di riabbracciarci».(43)
Il 28 febbraio 1918, tuttavia, Luigi muore di polmonite all’ospedale di Melijne a Herger Novi in Montenegro. Allo stesso modo anche il prigioniero Vaccari, nell’ultima corrispondenza alla famiglia datata 19 luglio 1918 –quattro giorni prima di morire– scrive: «Speriamo che la pace non si faccia aspettare più tanto tempo, così potremo presto riabbracciarci».(44)

(Figura 10. Sinistra: Copertina di un libro di denuncia sul trattamento dei prigionieri italiani in Austria. Tradotto in varie lingue, si propone qui la versione in spagnolo. Fonte: (1918), La captividad de los italiano en Austria. Impresiones y recuerdos, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino. Destra: Particolare del libro: le fotografie mostrano le condizioni deplorevoli dei prigionieri italiani al momento della liberazione. Fonte: (1918), La captividad de los italiano en Austria. Impresiones y recuerdos, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, p. 15.)
La morte che spezza il sogno della pace è legata a doppio filo con le tematiche relative alla diffusione di epidemie all’interno del campo. Per questo motivo nelle lettere e nelle cartoline in franchigia si registra sovente la richiesta di saponette e indumenti puliti al fine di poter mantenere l’igiene personale. Prendersi cura del corpo significa per il prigioniero scongiurare epidemie ma soprattutto mantenere una propria dignità ed elevarsi rispetto ad uno stadio animalesco. Nella maggior parte dei casi, infatti, sono state le malattie ad uccidere i detenuti, alle prese con una lotta quotidiana contro morbi e pidocchi. Quest’ultimi compaiono spesso nelle scritture dei soldati, «sfruttatori seccanti e noiosi» (Ceccotti, 2004: 80) che siannidano nelle vesti e nel corpo, che si moltiplicano senza sosta e che molestano uomini già duramente provati dalla prigionia. Numerosi infine i riferimenti – alcuni piuttosto tragici – agli effetti delle malattie sul corpo dei detenuti: in questo caso il campionario delle infermità descritte spazia dalle più frequenti malattie intestinali alla fatale influenza cosiddetta spagnola. Il ricordo della sofferenza si fa stentato, la scrittura avanza con maggiore difficoltà e solo raramente riesce ad esprimere senza filtri tutto l’orrore che la guerra e la prigionia ha inflitto sui protagonisti.
CONCLUSIONI
L’obiettivo principale di questo studio è analizzare un omogeneo corpus di scritture inedite legate alla prigionia degli italiani nella Prima guerra mondiale, considerando le fonti in oggetto non soltanto come testi, bensì come varchi per contestualizzare il fenomeno in assetto multidisciplinare (sociolinguistico, semiotico, storico-sociale, culturale e militare, antropologico e psicologico). Dalla lettura organica di decine di scritture inedite prodotte emerge un dato inequivocabile: la mole di informazioni che queste testimonianze sono ancora in grado di trasmettere –se opportunamente interrogate– è consistente per dimensione e qualità. A tal proposito lo studio dimostra come vi sia una sproporzione tra quantità di nuovi ego-documenti a disposizione dello storico e scarsità di apparati critici adeguati.
Queste pagine dimostrano inoltre come si possano trattare le cosiddette «scritture di gente comune» senza scadere nell’abuso operato in altri contesti divulgativi.Nonostante il centenario della Prima guerra mondiale abbia generato in Italia e all’estero un’ondata di ricostruzione storiografiche –per la verità non sempre all’altezza del solenne anniversario– la vicenda dei prigionieri e dei loro testi non sembra aver attirato particolarmente l’attenzione degli storici. Di qui l’esigenza di uno studio capace in primo luogo di descrivere a livello quantitativo il fenomeno in esame. La constatazione di partenza per un’analisi della scrittura dei prigionieri italiani nella Grande Guerra è infatti di ordine numerico, e riguarda l’altissimo numero di combattenti –circa 300.000 su 600.000 totali– catturati in pochissimo tempo e a causa di un solo evento bellico (Caporetto). Soldati già lungamente provati da una guerra sterile, fatta di undici battaglie sanguinose che hanno portato l’Italia ad avanzare per pochi chilometri lungo la linea del fronte.
Lo sfondamento delle linee difensive del 24 ottobre 1917 ha causato anche il tracollo dell’immaginario e dei sentimenti dei combattenti, la cui stessa concezione della guerra si è sgretolata in un sol colpo. Tutto questo ha inevitabilmente influito su quella che poi sarà la scrittura dei prigionieri dal campo di concentramento. In secondo luogo queste pagine ambiscono a dimostrare come non sia possibile slegare la percezione dell’esperienza bellica letta attraverso le scritture dei protagonisti, da un profilo psicologico dei protagonisti stessi. Se la scrittura è proiezione dell’io, resistenza all’alienazione, ricollocazione emotiva in un contesto aberrante per la psiche umana, allora si deve partire dall’introspezione mentale per poi passare all’analisi testuale.
In terzo luogo lo studio traccia la strada per un lavoro più ampio di catalogazione delle testimonianze oggi presenti in archivio. Partiamo da una considerazione basilare: un’enorme massa di detenuti significa un’imponente mole di potenziali scriventi. Questo è un dato certo poiché, come abbiamo visto, scrivere quantomeno una lettera o una cartolina in franchigia era pratica indispensabile per l’integrazione alimentare e, dunque, per la sopravvivenza stessa dei soldati. Si insiste pertanto sull’esigenza di un censimento di tale scritture che oggi appaiono sparpagliate tra i diversi archivi nazionali e la memorialistica edita.
Il passo successivo della storiografia dovrebbe proprio essere questo: una fotografia di tutte le scritture, edite e non, presenti sul territorio nazionale, divise per tipologia scrittoria. Solo di qui si può ripartire per un’analisi qualitativa delle testimonianze, capace di allargare i propri orizzonti ad altre discipline. Una comparazione con la storia della lingua potrebbe portare ad una più alta comprensione dei livelli di alfabetizzazione degli scriventi, delle occasioni di scrittura, prima e dopo la prigionia. Scriventi che andrebbero studiati nei due sensi, con una maggiore analisi intorno al ruolo dei destinatari delle lettere. È opportuno sottolineare in questo senso le modalità con cui la scrittura ha trasformato mentalità e relazioni personali in tutto l’ambiente domestico.
Di qui l’importanza di un maggiore studio del contesto, e della parabola esistenziale dell’autore e dei suoi corrispondenti; il tutto con piglio scientifico, in controtendenza con l’utilizzo sensazionalistico e acritico che troppo spesso si vede oggi nella comunità degli storici. Si auspica dunque un rinnovamento negli studi dedicati alla prigionia e alla scrittura, ricerche ancora legate in larga parte all’ingombrante eredità di Spitzer e delle sue intuizioni geniali ma perfettibili. Pensiamo soltanto al grande equivoco generato da titolo della sua opera Lettere di prigionieri di guerra italiani: il censore asburgico comprendeva sotto la stessa categoria di «lettere» anche le cartoline in franchigia, le cui rigide modalità di compilazione differivano dallo spazio libero della lettera propriamente detta. Non si tratta di un mero tecnicismo perché, come abbiamo visto, tale differenza si riverbera inevitabilmente sul tipo di scrittura, sulla sua profondità e sulla sua morfologia.
Questi elementi fanno comprendere l’importanza di un altro confronto disciplinare, quello con la storia postale, assolutamente dimenticava dalla storia ufficiale. Altri spazi per l’implementazione dell’indagine potrebbero derivare dalla comparazione con le scritture dei prigionieri austro-ungarici in Italia, o dallo studio dei testi in rapporto alla memoria storica del paese. Pensiamo soltanto all’appropriazione dell’eredità della Prima guerra mondiale da parte del fascismo, il quale ha fondato la sua legittimità proprio sulla memoria del conflitto. Tale memoria dimostrava paradossalmente una certa amnesia nei confronti dell’esperienza dei prigionieri, considerata poco nobile alla luce dalla nuova grandezza italica. Un altro potenziale spazio di approfondimento, infine, è costituito dalle scritture esposte riguardanti i prigionieri, con particolare attenzione per quelle lapidi e quei monumenti –pochi in realtà– a loro dedicati.
Parte 1: https://militartis.com/?p=4430
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Note:
7 ALSP, Grande Guerra, GG46, Cartolina di Giuseppe Chioni a se stesso, Cellelager (Hannover), 11 novembre 1918.
8 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 31 dicembre 1917.
9 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Lettera di Bernardo alla famiglia, Wien, 24 giugno 1918.
10 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Cartolina in franchigia di Bernardo al fratello Antonio, sd, sl.
11 ALSP, Grande Guerra, GG7, Epistolario Zonghi Giuseppe, Lettera di Giuseppe alla fidanzata An-gela, Ellwangen, 12 luglio 1918.
12 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 21 gennaio 1918.
13 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Calosso Emanuele, Lettera di Emanuele alla madre Santina, Poggio Rusco – Centro raccolta prigionieri italiani n. 3, 5 dicembre 1918.
14 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Lettera di Bernardo alla moglie Rosa, Wien, 12 novembre 1917.
15 ALSP, Grande Guerra, GG17, Memoria Mezzano, p. 46.
16 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio.
17 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Calosso Emanuele.
18 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Casazza Pantaleo, Lettera di Pantaleo alla famiglia, Germania, 28 gennaio 1918.
19 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Casazza Pantaleo, Lettera di Pantaleo alla famiglia, s.l., s.d.
20 ALSP, Grande Guerra, GG17, Memoria Mezzano.
21 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 21 Settembre 1917.
22 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, p. 1.
23 Su questo autore si vedano: Veziano, 2010; Gibelli, 2014.
24 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, pp. 2-3.
25 ALSP, Grande Guerra, GG46, Ricettario Chioni.
26 Su questo autore: Chioni e Fiorentino, 2008; Dickie, 2007: XIV.
27 ALSP, Grande Guerra, GG46, Ricettario Chioni, premessa.
28 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Calosso Emanuele, Cartolina in franchigia di Emanuele alla madre Santina, Sigmundsherberg, 2 luglio 1918.
29 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Cartolina in franchigia di Bernardo alla moglie Rosa, Wien, 11 febbraio 1918.
30 ALSP, Grande Guerra, GG7, Epistolario Zonghi Giuseppe, Lettera di Giuseppe al padre Tito, El-lwangen, 7 agosto 1918.
31 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Epistolario Calosso Emanuele, Cartolina in franchigia di Emanuele alla madre Santina, Sigmundsherberg, 17 ottobre 1917.
32 ALSP, Grande Guerra, GG9, Memoria Perassolo, p. 6.
33 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 9 novembre 1917.
34 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, p. 81.
35 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, pp. 81-82.
36 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, pp. 82-83.
37 ALSP, Grande Guerra, GG17, Memoria Mezzano, p. 41.
38 ALSP, Grande Guerra, GG44, Epistolario Massa, Budapest, 19 giugno 1917.
39 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 22 febbraio 1918.
40 ALSP, Grande Guerra, GG17, Memoria Mezzano, pp. 61-62.
41 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Cassini, pp. 10-11.
42 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo, 11 dicembre 1917.
43 ALSP, Grande Guerra, GG40, Epistolario Bonino, Lettera alla famiglia, Herger Novi, 3 febbraio 1918.
44 ALSP, Grande Guerra, GG20, Epistolario Vaccari Alfredo, Cartolina in franchigia di Alfredo ai genitori, Austria, 19 luglio 1918.
Autore: Graziano Mamone
Fonte: “Vegueta: Anuario de la Facultad de Geografía e Historia“
Categorie: Contemporanea Storia Militare Italiana Storia Militare Dimenticata Cultura e Società Storia della Guerra

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