Abstract:
I 600.000 italiani detenuti nella Prima guerra mondiale hanno prodotto una grande varietà di testi (lettere, diari, memorie, autobiografie, ricettari) che la storiografia non ha ancora studiato con sufficiente profondità e rigore. Partendo da un ritratto delle condizioni psicologiche dei detenuti nel campo di concentramento, il presente studio vuole fornire una rassegna organica di tali testimonianze scritte, analizzandone nel dettaglio la morfologia, i contenuti e il contesto genetico. Il saggio descrive inoltre lo stato degli studi e si addentra nelle principali questioni metodologiche, avvalendosi di materiale in gran parte inedito proveniente dall’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova.
INTRODUZIONE:
Nella Prima guerra mondiale sono stati imprigionati complessivamente 8 milioni e 500.000 combattenti –una cifra di poco inferiore ai 10 milioni di soldati morti in battaglia– metà dei quali sono stati catturati dall’Impero austroungarico e dalla Germania (Jones, 2009: 19-48). Gli italiani detenuti furono 600.000, di cui quasi 300.000 caduti in mano nemica in conseguenza della disfatta di Caporetto (Labanca, 2017).
Fino a quella data i principali campi di concentramento erano dislocati in Austria (Mauthausen, Sigmundsherberg, Katzenau), in Boemia (Theresienstadt, Josefstadt, Milowitz) e in Ungheria (Dunaszerdahely, Nagymegyer, Csòt); dopo il 24 ottobre 1917 furono aperti nuovi campi in Germania (Celle, Meschede, Westfalia, Ellwagen, Rastatt, Lagensalza) (Gorgolini, 2017: 108-109L’argomento è divenuto oggetto di interesse storiografico in campo internazionale soltanto a partire dagli anni Novanta, una lacuna la cui responsabilità principale è da cercarsi nel primato degli studi sulla cosiddetta «cultura di guerra» e sull’effetto catastrofico dell’esperienza penitenziale durante la Seconda guerra mondiale (Hinz, 2007).
Ad attrarre gli storici furono in principio le particolarità legate alla dimensione diplomatico-internazionale dell’evento. Richard Berry Speed ha trattato precocemente la questione inserendo i prigionieri nell’ampio contesto delle trattative tra stati belligeranti (Speed,1990). Annette Becker è stata la prima storica a contestualizzare la vicenda dei prigionieri di guerra nell’ambito della guerra totale, ponendo il focus sul concetto di internazionalizzazione delle pratiche assistenziali (Becker, 1998). L’apportodi Alon Rachaminov prima e di Reinhard Nachtigal poi, risultano determinanti per incorporare nella comprensione del fenomeno anche la prigionia in Russia, con particolare attenzione per le peripezie legate alla sopravvivenza, al rimpatrio e alla memoria dei protagonisti (Rachaminov, 2002; Nachtigal, 2005) l’accuratezza della sintesi, inoltre, si distingue lo studio dedicato ai prigionieri russi di Oxana Nagornaja e Jeffrey Mankoff, nel quale si rileva un interessante approfondimento su genesi e diffusione degli stereotipi legati alla detenzione (Nagornaja e Mankoff, 2009).
Nel 2011 Heather Jones termina un accurato lavdi comparazione che analizza i contesti di detenzione in Gran Bretagna, Francia e Germania, introducendo argomenti innovativi come la rappresentazione propagandistica della violenza contro i prigionieri, le questioni legate al rimpatrio e la strumentalizzazione della memoria postbellica (Jones, 2011).
L’anno precedente è invece Alan Kramer a tentare di allargare l’analisi tramite un fitto dialogo multidisciplinare, con il contributo alla ricostruzione storiografica proveniente dalle relazioni diplomatiche, dalla giurisprudenza e dalla filosofia (Kramer, 2010). Anche la storiografia italiana si è occupata tardivamente dei prigionieri nella Grande Guerra (Procacci, 1993; Tortato, 2004) e delle loro scritture; se sesi eccettua l’epistolografia – aspetto particolarissimo di cui parleremo tra poco – la produzione diaristica ed autobiografica meriterebbe uno studio più accurato. Alcuni casi particolari analizzati in contesti internazionali aiutano a meglio collocare la prigionia italiana. In particolare si può fare riferimento ai lavori di Svetlana Palmer e Sarah Willis (eds.), Intimate Voices from the First World War (2003), oppure a quello di Marilyn Shevin-Coetzee e Frans Coetzee, Commitment and Sacrifice. Personal Diaries from the Great War (2015). Tra questi si inserisce altresì l’opera di Peter Englund The Beauty and the Sorrow. An Intimate History of the First World War (2011). In occasione del centenario del conflitto non sono mancate ricostruzioni divulgative, di grande successo editoriale ma di scarsa profondità analitica, che comunque contribuiscono ad ampliare il ventaglio delle testimonianze in nostro possesso (Rumiz, 2014; Cazzullo, 2015; Caruso, 2017; Barbero, 2017).
Controbilanciano tale impostazione eccessivamente legata alla story telling, le scrupolose analisi di Nicola Labanca (2014), Marco Mondini (2014), Diego Leon(2015), Quinto Antonelli (2018) e, soprattutto, Antonio Gibelli (2014). A fronte di una straordinaria disponibilità di fonti si avverte pertanto l’esigenza di una sistemazione teorica che invece è stata tracciata soltanto da alcuni specialisti (Caffarena, 2005; Gibelli, 2014; Antonelli, 2014).
Un terreno precocemente battuto è stato quello relativo alle lettere dei prigionieri: già nel 1921, il grande filologo romanzo Leo Spitzer –arruolato nell’esercito austroungarico in qualità di censore della posta militare italiana a Vienna– aveva dato alle stampe un fondamentale trattato dedicato proprio al tema epistolare (Spitzer, 1921).Tale studio si andava ad aggiungere ad un meno noto volume speculare che approfondiva le cosiddette Perifrasi per esprimere la fame utilizzate dai prigionieri (Spitzer, 1920). Gli scriventi studiati da Spitzer erano principalmente soldati, ai quali si aggiungevano cittadini italiani e austriaci internati preventivamente. In questo ampio gruppo spiccava il caso dei militari trentini, cittadini asburgici ma italofoni, reduci dal fronte russo, imprigionati dal loro stesso governo perché ritenuti pericolosi (Rossi, 1997; Antonelli, 2008).
Riscoperto molti anni più tardi, il volume di Spitzer –la cui prima edizione italiana è realizzata soltanto nel 1976– si è collocato in un terreno quasi inesplorato e sin da subito ha rappresentato un riferimento importante non soltanto per quel particolare caso studio, ma persino per l’intera branca storiografica legata alle «scritture popolari». Rispetto ad altri studi dedicati soprattutto alle corrispondenze degli ufficiali (Omodeo, 1934), Spitzer risulta ancora oggioriginale e profetico nella scelta di dare voce ai prigionieri e alle loro condizioni più umili. La stessa tradizione di studi sul cosiddetto «italiano popolare», che oggi ha raggiunto una grande profondità analitica, ha nel lavoro del filologo uno dei più solidi riferimenti teorici (Roggero, 1994; Bartoli Langeli, 2000; Petrucci 2002; Testa, 2014; Gibelli, 2014). L’opera, riproposta recentemente in una seconedizione italiana, dimostra ancora vitalità ed è capace di inserirsi nel dibattito internazionale generato dalla concomitanza del centenario (Spitzer, 2016).
Poca attenzione è stata invece rivolta alle ricerche di storia postale, che pure avevano approfondito per prime le dinamiche istituzionali, il funzionamento della comunicazione epistolare e lo strumento della censura, offrendo uno scenario quantitativo preciso ed esaustivo (Cecchi e Cadioli, 1978; Pozzi e Giuntini 2015). Parallelamente lo studio sulla prigionia di guerra si è arricchito grazie all’eccezionale ritrovamento di un cospicuo archivio di oltre 4500 registrazioni audio: si tratta di tracce sonore acquisite in diversi campi di concentramento tedeschi con l’obiettivo di fornire un campionario della grande varietà linguistica e antropologica confluita nei lager (Macchiavella, 2016; Bannò, 2017).
Ad oggi la maggior parte delle scritture dei prigionieri di guerra sono conservate presso gli archivi dedicati alla scrittura del sé. Fondi cospicui si riscontrano all’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova (ALSP), all’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano – Arezzo (ADN), e all’Archivio della Scrittura Popolare di Trento (ASP). Anche gli archivi di alcuni Musei del Risorgimento conservano testimonianze utili, su tutti Milano (Museo della Guerra) e Torino. Presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma è inoltre possibile rintracciare numerose lettere di soldati censurate dalla posta militare ed utilizzate dai servizi della Pubblica Sicurezza al fine di sondare la tenuta dei sentimenti patriottici della popolazione (in particolare Ufficio Centrale d’Investigazione). Un’interessante raccolta di documenti sulla vicenda dei prigionieri di guerra è inoltre conservata all’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Si tratta di un fondo eccezionale per estensione ed importanza, che a causa di un complicato intreccio di motivazioni politiche, militari e archivistiche, è giunto sino ai nostri giorni sostanzialmente inedito (Lorenzini, 2018). Il corpus raccoglie migliaia di resoconti accurati sulle circostanze di cattura e sull’esperienza della prigionia, una sorta di «memoria obbligata» che tutti gli ufficiali dell’esercito italiano che rientravano dai campi di detenzione erano chiamati a compilare. Tali testimonianze, pur trattandosi di elaborati con preciso scopo difensivo, costituiscono uno dei più ampi e omogenei fra i complessi memorialistici della Grande Guerra esistenti in Italia. L’imponente massa di documentazione prodotta –migliaia di fascicoli nominativi, classificati per unità d’appartenenza dello scrivente– venne poi vagliata da una commissione costituita allo scopo di individuare eventuali traditori.
I lavori della commissione furono però interrotti dall’entrata in vigore dell’amnistia voluta dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Sono rimaste però le memorie, sostanzialmente dimenticate per quasi un secolo, fatta eccezione per la testimonianza eccellente dello scrittore Carlo Emilio Gadda, all’epoca ufficiale mitragliere (Gadda, 2002).Il primo studio sistematico su questi documenti risale al 2014 attraverso una tesi di laurea discussa presso l’Università Cà Foscari di Venezia (Breda, 2014).In questo lavoro sono tratteggiate le caratteristiche testuali più importanti delle memorie, le quali comprendono: formule di apertura contenenti informazioni sullo scrivente; la descrizione del combattimento; la prigionia; il racconto dei trasferimenti e/o della permanenza nei campi; il viaggio di ritorno in patria. Non ci sono formule di chiusura poiché la relazione si chiude bruscamente con la data del rientro in Italia, seguita dalla firma dello scrivente. Tra le immagini ricorrenti individuate troviamo invece i particolari dello scontro fisico; la resistenza; la drammaticità e le crudeltà del nemico; in taluni casi la cortesia dello stesso; il richiamo al valore e al sacrificio per la nazione (Breda, 2014: 111).
LA PSICOLOGIA DEL PRIGIONIERO:
Non è possibile comprendere le scritture dei prigionieri italiani nella Grande Guerra se prima non tentiamo di tratteggiare il loro profilo psicologico. La condizione di reclusione scatena già di per sé particolari comportamenti adattivi, ma la specificità del caso in oggetto merita una maggiore argomentazione. In Italia la psicologia militare è stato un campo precocemente battuto, basti pensare al pioneristico lavoro di Antonio Gibelli L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, dove l’autore intrecciava magistralmente le testimonianze scritte dei soldati con fonti psichiatriche, aprendo a nuovi scenari di interpretazione soggettiva del vissuto bellico sin lì sconosciuti. La modernità della guerra è in quest’ottica intesa come sconvolgimento della realtà percettiva dei singoli, scomposizione del vissuto, automatismo della morte. Successivamente è Bruna Bianchi con il suo La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), a concretizzare oltre vent’anni di ricerche sull’argomento, facendo emergere attraverso una grandissima quantità e varietà di fonti, i fenomeni di psicopatologia in seno al Primo conflitto mondiale. Un ulteriore approfondimento viene dal volume curato nel 2008 da Andrea Scartabellati, Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra. Più recentemente, lo stesso autore commenta in Pazzia e sessualità nei lager della Grande Guerra (2015) un saggio di Amedeo Dalla Volta (Studi di psicologia e di psichiatria sulla prigionia di guerra, 1919) dove emergono violente convergenze tra disturbi legati alla sessualità e reclusione.
Ed è proprio dal testo di Amedeo Dalla Volta che si può partire per descrivere gli aspetti più estremi della prigionia. L’autore –ufficiale medico italiano presso un campo di concentramento ungherese tra il 1917 e il 1918– è anch’egli prigioniero, seppur in condizioni privilegiate, e dal suo particolare punto di osservazione descrive le maggiori derive mentali che affliggono i militari, con specifica attenzione per i disturbi legati alla fame e alla sessualità. È opportuno fare subito una precisazione: la comunità da lui studiata è quella dei soli ufficiali, le cui condizioni di prigionia sono differenti dal resto della truppa. Pur trattandosi infatti di una contingenza anch’essa terribile –e lo studio di Dalla Volta lo dimostra con eccezionale potenza– agli ufficiali era concesso un trattamento alimentare leggermente migliore rispetto ai soldati. L’approccio metodologico che dichiara di voler adottare si discosta da quelle che lui stesso definisce «inutili digressioni» a favore di un’osservazione sul campo viva ed efficace (Dalla Volta, 1919:5). Le principali cause della sofferenza psichica dei soldati sono la privazione della libertà senza limiti di tempo, la lunga ed inerte segregazione e la continua esperienza della disillusione. La cornice di questa gabbia mentale è il recinto fisico del campo di concentramento, quello che viene descritto come «un gruppo di grosse baracche nere ed uguali –generalmente in una campagna deserta e squallida– circondato da una cinta angustissima di reticolato, vigilato senza tregua da sentinelle oculate quanto cenciose» (Dalla Volta, 1919: 8). Gli effetti visibili della prigionia sono l’impazienza, l’esasperazione o la disperazione, atteggiamenti determinati dalla continua e reiterata elaborazione di pensieri ricorsivi capaci di innescare un silenzioso senso di sgomento. Si tratta di una sorta di lotta contro se stessi che si disputa attraverso incubi ed elucubrazioni incessanti a sfondo depressivo.
Nel campo di concentramento cambia il sistema dei valori. Le micro dinamiche dell’ambiente diventano gigantesche passioni capaci di scatenare reazioni violente e smodate, incomprensibili se lette al di fuori del sistema reclusorio. Se il corpo è imprigionato, la mente è libera di vagare e generare processi ideativi del tutto significativi. Ai tentativi di una fuga materiale sostanzialmente impossibile si contrappone la fuga figurata, fatta di digressioni fantasiose e speranze inconsistenti. In questo gioca un ruolo fondamentale la lettura «inconclusiva di romanzi avventurosi, o magari polizieschi» che spesso i militari non portano neppure a conclusione (Dalla Volta, 1919: 8). Per molti soldati questo si traduce in una parallela contrazione della parola: i lunghi discorsi molestano i prigionieri, li costringono ad un dispendio ulteriore di energie. Molti sono gli argomenti tabù, come per esempio la descrizione di combattimenti violenti ai quali i militari hanno preso parte o i fatti legati al momento della cattura.
Nel campo la percezione del tempo è distorta, smisuratamente dilatata verso l’infinito. Un ritmo monotono e interminabile scandisce il lento calarsi nei labirinti della sofferenza psichica. Uno smarrimento progressivo contraddistinto da una crescente anaffettività. Molti prigionieri abbandonano le proprie convinzioni religiose: i più abbracciano lo scetticismo ma si registrano anche tendenze misticistiche. In tali contingenze si fanno strada ossessioni specifiche, quali per esempio il timore di una progressiva perdita delle facoltà mentali o la convinzione di essere afflitti da una malattia immaginaria. Contribuiscono all’insorgenza di tali fenomeni alcuni fattori ambientali come lo spazio di detenzione, il contagio sociale, le condizioni igieniche deplorevoli, il proliferarsi di epidemie e, soprattutto, la fame.
È la terribile mancanza di cibo ad ossessionare la mente del prigioniero. Lasciando da parte l’ovvia constatazione di una necessità reale, non sarà inutile soffermarsi sulle reazioni psicologiche che la tortura della fame ha indotto nei soldati. Queste si manifestano sin dal principio, ovvero quando gli italiani vengono catturati e deportati. Si tratta di un viaggio più o meno lungo, svolto in parte a piedi nelle retrovie nemiche e in parte in treni adibiti al trasporto bestiame. Sin da subito i soldati sperimentano giorni interi di digiuno, che paragonati alla condizione di approvvigionamento quantomeno normale del periodo precedente, appaiono insostenibili per il fisico e per la mente.
Si sprigiona in tutti un istinto di conservazione feroce che induce un cambiamento antropologico repentino e spaventoso. La degenerazione di questa continua ricerca di cibo è rappresentata dalle lotte furibonde tra prigionieri per infime quantità di cibo o ancora peggio, dalla pratica della coprofagia (Dalla Volta, 1919: 28).
Una diversa reazione psicologica ha portato altri soldati ad integrare l’alimentazione con la fantasia. Sono molti i prigionieri che evadono pensando ai «prodotti più deliziosi dell’arte della cucina» (Dalla Volta, 1919: 24), fenomeno che si concretizza persino nella realizzazione di ricettari culinari di cui daremo conto più avanti in quanto straordinaria forma di scrittura resiliente.
Aspetto sostanzialmente insondato e per molti versi insondabile è quello della sessualità, di cui Dalla Volta riesce invece a fornire un quadro ad un tempo tragico e dettagliato. In questo caso la tesi di fondo del medico riguarda il forte contrasto tra la condizione sessuale del combattente, priva di freni inibitori e capace di sfogarsi con semplicità, e quella del prigioniero, violentemente soffocata. Di qui l’insorgenza di manifestazioni di segno opposto: dalla totale perdita di desiderio –con conseguente paura dell’impotenza– all’esplosione di pratiche onanistiche e polluzioni involontarie.
Dalla Volta si dilunga inoltre sul fenomeno dell’omosessualità, che lui stesso definisce generalizzata tra i veterani del campo di concentramento, con punte di perversione caratterizzate da festini dove si pratica a turno il coitus ab ore, connubio grottesco di fame e libidine (Dalla Volta, 1919: 44-45).
A questo scenario di degradazione profonda, fanno da contraltare le esistenze minime di migliaia di prigionieri, aggrappati alla propria unità morale e psichica attraverso un’eccezionale capacità di sopportazione e speranza. Nell’ambito di questa lotta senza quartiere per la sopravvivenza viene in soccorso la scrittura, intesa come pratica equilibratrice capace di riproporre virtualmente il cosmo domestico con le sue consuetudini. Scrivere permette al prigioniero di interiorizzare l’esperienza penitenziale, di dominarla attraverso un più alto grado di razionalizzazione. Ad un anno di distanza dalla sua entrata nel campo, il soldato Maurizio Bernardo esprime in una lettera alla famiglia lo stato di incredulità rispetto a quanto ha vissuto fino a quel momento: metterlo per iscritto è importante e segna una salutare consapevolezza rispetto agli eventi.
«Domani si compie l’anniversario della mia prigionia –scrive Bernard– che mai più avrei creduto a una simile cosa, ma ora questo è passato e sperando che abbi tosto a maturare questo triste frutto».(1)
Soltanto alcuni mesi prima la tenuta mentale del combattente sembrava vacillare, minata dalle stesse lettere ricevute, il cui effetto emotivo agiva in modo devastante sulla sua integrità: «mi scorre il sangue sulla faccia a leggere quelle cartoline scritte da te».(2)
Altrove Bernardo definiva il suo stato un «calvario così lungo che non posso evittare; rammentando una cosa e l’altra momenti di malinconia che non anno rassegnazione».(3)
È evidente come la corrispondenza giochi un ruolo fondamentale nella stabilità sentimentale e psichica del prigioniero. Le missive possono così arginare la sofferenza «morale» che, come spiega il soldato Zonghi, è «assai più terribile» di quella corporea.(4)
Una sensazione di spaesamento che esplode soprattutto la sera, quando i pensieri e le paure si moltiplicano, una nostalgia «forte, troppo forte, da spezzare il cuore».(5)
Stati depressivi che vengono amplificati dall’inerzia fisica e mentale che colpisce gli scriventi e che viene così spiegata nel diario dell’ufficiale Astengo:L’inerzia fisica ma più specialmente psichica e l’abulia che mi hanno colpito è qualche cosa d’incredibile. Intanto è un fatto che riscontro in quasi tutta la generalità dei miei colleghi prigionieri. E’ un ‘laissez aller’ diffuso e completo. Io non so come potrò ripigliare energicamente i miei studi e le mie occupazioni quando sarò rientrato nella vita normale. Eppure ci si dovrà tornare! Lo capisco e devo ammetterlo che dovrei fare altrimenti?(6).
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Note:
1 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Lettera di Bernardo alla famiglia, Wien, 24 giugno 1918.
2 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Lettera di Bernardo alla famiglia, Wien, 12 novembre 1917.
3 ALSP, Grande Guerra, GG25, Epistolario Bernardo Maurizio, Cartolina in franchigia di Bernardo alla moglie Rosa, Wien, 18 agosto 1917.
4 ALSP, Grande Guerra, GG7, Epistolario Zonghi Giuseppe, Lettera di Giuseppe alla madre Maria Teresa, Ingolstadt, 30 dicembre 1917.
5 ALSP, Grande Guerra, GG7, Epistolario Zonghi Giuseppe, Lettera di Giuseppe alla fidanzata Angela, Ellwangen, 27 agosto 19186 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo.
6 ALSP, Grande Guerra, GGDig, Diario Astengo.
Autore: Graziano Mamone
Fonte: “Vegueta: Anuario de la Facultad de Geografía e Historia“
Categorie: Contemporanea Storia Militare Italiana Storia Militare Dimenticata Cultura e Società Storia della Guerra

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