Vitige aveva fatto del suo meglio per sfruttare la propria superiorità numerica, impegnando le difese romane in tre punti differenti. Era il modo giusto per mettere alle strette Belisario: purtroppo per lui, però, l’attacco principale alla porta Salaria era fallito troppo presto, permettendo al comandante imperiale di accorrere tempestivamente in aiuto di Bessa, che si trovava in grave difficoltà nella difesa del Vivarium. Qui, probabilmente nel primo pomeriggio, la battaglia del 12 marzo visse il suo momento più critico. Quando Belisario si accorse che «i nemici stavano ormai smantellando il Vivarium» diede ordine ai suoi di lasciarli entrare non appena avessero aperto una breccia nel muro esterno, e di sfruttare «il muro più piccolo che i Romani avevano innalzato tutt’intorno a quel luogo», all’interno della cortina principale, «non a scopo difensivo ma per tenervi rinchiusi leoni e altri animali feroci». I Goti che riuscirono a entrare nel Vivarium si ritrovarono così in trappola: invece di sbucare nelle vie della città, come probabilmente si aspettavano, si trovarono in un altro spazio chiuso da un muro, sebbene non troppo alto, in cima al quale erano schierati gli arcieri nemici che tiravano a colpo sicuro.
Belisario aveva affidato il contenimento della breccia al giardino per gli animali selvatici a un ufficiale di nome Cipriano; lui stesso aveva raccolto i suoi migliori soldati – molto probabilmente alcune centinaia di buccellarii – «rivestiti di corazza ma con le sole spade in mano» e li aveva ammassati dietro la porta Prenestina, pronti ad entrare in azione. Nel momento esatto in cui il clamore dell’azione in corso poco distante gli fece capire che i Goti erano in difficoltà, e si stavano muovendo disordinatamente dentro e fuori la breccia, chi per mettersi in salvo e chi per portare aiuto, «Belisario fece spalancare le porte della cinta principale e balzò di sorpresa sul grosso del nemico con tutto l’esercito. I Goti non pensarono affatto ad opporre resistenza ma si diedero alla fuga, dove a ciascuno capitava, e i Romani, lanciatisi all’inseguimento, uccisero facilmente tutti quelli che si trovavano a tiro. L’inseguimento durò a lungo perché i Goti, per attaccare le mura in quel punto, si erano allontanati molto dalla loro base». [27]
Anche alla porta Salaria, prima che scendesse la sera, i Romani lanciarono una sortita improvvisa, riuscendo a dar fuoco alle torri d’assedio e a mettere in fuga i loro demoralizzati avversari. Procopio sostiene che quel giorno «caddero trentamila Goti, a quanto dichiararono i loro stessi comandanti, e ancor di più furono i feriti»: cifre come sempre da prendere con prudenza, molto superiori al vero, ma certamente quella del 12 marzo fu per Vitige una disfatta fatale. Gli uomini di Belisario, infatti, avevano dimostrato non solo determinazione e morale sufficienti a difendere con successo le mura Aure-liane, ma di essere tatticamente superiori ai Goti in molti aspetti fondamentali dell’arte della guerra: uso di armamenti pesanti (le micidiali catapulte piazzate sui bastioni), disciplina di tiro degli arcieri, impiego tempestivo delle riserve mobili, forza d’urto nel combattimento ravvicinato. A Vitige restavano due sole speranze: indurre Belisario ad accettare una grande battaglia campale, in cui l’esercito ostrogoto avrebbe finito col prevalere per la brutale forza dei numeri, ovvero costringerlo alla resa per fame. Era inverosimile che Belisario si lasciasse attirare fuori dalle mura, almeno finché la situazione all’interno restava sotto controllo; Vitige decise quindi di rafforzare il blocco attorno alla città, spostando finalmente la sua attenzione sulle strade che da Roma conducevano al mare.
Anche Belisario aveva ben chiare le prospettive della lotta per Roma. Scrisse subito una lunga lettera a Giustiniano per chiedere rinforzi adeguati, facendogli intendere che non avrebbe potuto resistere a tempo indefinito con i cinquemila uomini rimasti ai suoi ordini in città, soprattutto quando gli abitanti dell’Urbe si fossero apertamente opposti ad ogni ulteriore pericolo e sacrificio. Immediatamente dopo, secondo Procopio già il 13 marzo, «ordinò ai Romani, per evitare il pericolo di una carestia generale, di mandare a Napoli i bambini e le donne e tutti quelli, tra i loro familiari, che pensavano non sarebbero stati di utilità per la difesa delle mura. Anche ai soldati ordinò di fare la stessa cosa, nel caso che qualcuno di essi avesse con sé un familiare o una persona di servizio. Egli diceva infatti che non era più in grado di assicurare nemmeno a loro il vitto nella consueta misura finché durava l’assedio, ma che avrebbero dovuto accontentarsi di ricevere ogni giorno una metà soltanto dei viveri necessari, e il rimanente in denaro. […] Belisario dovette poi preoccuparsi del fatto che il numero dei soldati era assolutamente insufficiente per tutto il circuito delle mura. […] Formò allora delle squadre miste di civili e soldati, che distribuì nei singoli posti di guardia, corrispondendo ai civili una paga fissa giornaliera». [28]
Il generale aveva ancora di che pagare i suoi uomini, veterani e nuove reclute, e il denaro che circolava a Roma grazie alla paga dei cinquemila soldati imperiali e dei membri della milizia popolare servì certo ad alimentare un fiorente mercato nero di viveri introdotti dalla campagna. Anche perché i Goti, precisa subito dopo Procopio, ancora non erano stati in grado di circondare la città con i loro accampamenti, e non osavano nemmeno mandare piccoli distaccamenti a pattugliare la zona aperta verso sud, sia «per timore di qualche sorpresa da parte degli avversari», sia perché Belisario mandava regolarmente fuori dalla città i suoi temibili cavalleggeri africani, che uccidevano i nemici tanto incauti da allontanarsi dai loro accampamenti «non solo per soddisfare i propri bisogni corporali, ma per pascolare cavalli e muli».
Vitige, con colpevole ritardo, decise dunque di isolare Roma dal mare e dalla Campania. Poco dopo la metà di marzo un contingente ostrogoto di un migliaio di uomini venne inviato ad occupare la città di Porto, «a centoventi-sei stadi da Roma» (circa 23 chilometri) e alla foce del Tevere, dove venivano scaricati dalle navi i rifornimenti destinati alla città. A quel punto «agli assediati risultò impossibile rifornirsi ancora di merci via mare, se non servendosi della strada di Ostia, con grave disagio e naturalmente anche con pericolo. Inoltre le navi romane, non potendo più ancorarsi in quel porto, dovevano far scalo ad Anzio, a un giorno di navigazione da Ostia, e si aveva molta difficoltà a trasportare di là le merci, a causa della scarsità di uomini disponibili». [29]
Il blocco predisposto da Vitige continuava a essere tutt’altro che rigido, come sarebbe stato necessario per ridurre rapidamente alla fame la guarnigione, visto che dei carrettieri riuscivano ancora a completare il viaggio da Anzio alla città teoricamente sotto assedio. Se ce la facevano dei commercianti civili, figurarsi un’agguerrita divisione di cavalleria imperiale… E infatti i primi rinforzi inviati da Giustiniano raggiunsero Roma senza incontrare opposizione venti giorni dopo l’occupazione di Porto, quindi attorno alla metà di aprile. Erano solo milleseicento, ma sceltissimi e guidati da due ufficiali esperti, Martino e Valeriano: mercenari «unni, sclaveni e anti», perlopiù cavalieri delle steppe, feroci ed estremamente abili nel condurre incursioni fulminee senza lasciarsi agganciare dal nemico [30].
Non sarebbero serviti a molto per difendere le mura: Belisario, che ne conosceva perfettamente pregi e difetti, ne fece la propria forza mobile d’as-salto. Suddivisi in banda (distaccamenti) di poche centinaia di effettivi, venivano fatti uscire da Roma col favore del buio e lanciati di sorpresa contro qualsiasi obiettivo vulnerabile fosse alla loro portata – un distaccamento in ricognizione, una colonna di rifornimenti, un accampamento ancora semiad-dormentato. Colpivano dalla distanza, scagliando frecce con forza e precisione micidiali, e sparivano da dove erano venuti – o più probabilmente, seguendo un itinerario diverso, raggiungevano un’altra porta o posterla concordata in precedenza con gli ufficiali della guarnigione. Come era accaduto ai Vandali in Africa pochi anni prima, anche i Goti scoprirono di essere impotenti: la loro cavalleria, numerosa e certo non priva di qualità in combattimento ravvicinato, era costituita però da lancieri e non da arcieri, i quali molto difficilmente riuscivano ad arrivare al corpo a corpo con un nemico più rapido e abituato a manovre elusive – che per di più, ripiegando, continuava a infliggere perdite ai suoi inseguitori.
Belisario sapeva bene che questo modo di condurre le operazioni non poteva portare a risultati decisivi; anche le perdite inflitte al nemico, nell’or-dine di poche decine per ogni sortita, non erano tali da alterare in maniera sostanziale l’equilibrio delle forze. Ma il comandante imperiale sapeva altrettanto bene che in guerra conquistare un vantaggio morale sul nemico è una delle vie maestre verso la vittoria: le incursioni degli comes imperiali, che dimostravano la determinazione e l’efficienza della guarnigione assediata, avevano un effetto psicologico molto superiore ai danni materiali che potevano infliggere, e col passare delle settimane e dei mesi si sarebbero dimostrate determinanti per l’esito finale della lotta.
La prima incursione dei nuovi cavalieri, che sarebbe rimasta un modello per tutte le azioni simili intraprese nei mesi successivi, venne condotta agli ordini di uno dei membri della guardia personale di Belisario – «un uomo molto coraggioso e intraprendente, di nome Traiano» – il giorno successivo l’arrivo dei rinforzi in città. Traiano uscì dalla porta Salaria alla testa di duecento arcieri a cavallo, e avanzò verso il più vicino degli accampamenti nemici, distante poche centinaia di metri verso nord-est. I Goti, «temendo un attacco di sorpresa, balzarono fuori dagli alloggiamenti, ciascuno afferrando le armi che sul momento gli capitavano sottomano. Ma gli uomini di Traiano continuarono a galoppare fin sulla cima di una collina che Belisario aveva loro indicata, e di là si diedero a scoccare frecce contro i barbari. E siccome queste cadevano su di una massa abbastanza compatta, riuscivano quasi sempre a colpire qualche uomo o qualche cavallo. Quando finalmente a tutti vennero a mancare le frecce, si ritirarono in gran fretta, e i Goti corsero loro dietro per inseguirli. Ma appena giunti sotto le mura, gli operatori delle macchine cominciarono a prenderli di mira con tali strumenti, e i barbari atterriti desistettero dall’inseguimento». [31]
La descrizione di questo scontro, che dobbiamo supporre degna di fede almeno nelle sue linee generali [32], mostra un’eccezionale perizia tattica da parte romana, e un’altrettanto sconcertante ingenuità da parte dei Goti. Gli hippotoxòtai di Belisario riescono infatti non solo a raggiungere indisturbati la collinetta che offre loro un perfetto campo di tiro, ma a bersagliare con grande sangue freddo i Goti che si sono gettati al loro inseguimento, e infine ripiegare senza farsi tagliar fuori dalle mura raggiungendo il punto previsto per rientrare in città, dove vengono protetti efficacemente dal tiro delle balestre piazzate sui bastioni. Un’azione da manuale, senza un solo errore: ma è sorprendente che la cavalleria nemica non sia riuscita – dopo aver subito perdite severe ma aver ridotto la distanza a meno di un tiro d’arco – ad agganciare alcuni degli uomini di Traiano, tagliando loro la via di fuga. Questo fa pensare che gli hippotoxòtai usciti dalla porta Salaria abbiano raggiunto invece un luogo diverso, concordato in precedenza, per tornare al riparo delle mura, e che quindi i Goti li abbiano prima incalzati sulla collinetta e poi inseguiti senza risultato [33].
Come già detto, l’azione di Traiano divenne il modello di molte altre simili: era una tattica d’impiego perfetta per la cavalleria leggera di cui poteva disporre Belisario, contro la quale i Goti non riuscirono mai a trovare contromisure adeguate. La sola conseguenza imprevista della vittoriosa schermaglia fuori porta Salaria – ma potenzialmente disastrosa – fu il diffondersi tra i Romani di un imprudente senso di superiorità nei confronti del nemico. «Esaltati dalla buona sorte che li aveva assistiti fino ad allora», scrive Proco-pio, rappresentanti dei cittadini dell’Urbe chiesero a Belisario di attaccare i Goti in campo aperto, per farla finita con le ristrettezze a cui li costringeva l’assedio. Il comandante «si lasciò piegare dal malcontento dei soldati e della popolazione romana, e acconsentì a scendere in battaglia con l’esercito al completo». Non era possibile sperare di sorprendere il nemico, visto il tempo necessario a far uscire dalle mura varie migliaia di uomini; Belisario pianificò allora l’attacco principale dalle porte Pinciana e Salaria – distanti meno di un chilometro l’una dall’altra – per investire di slancio i principali accampamenti di Vitige, ma ordinò a un secondo contingente di effettuare un attacco diversivo dal mausoleo di Adriano verso il Campo di Nerone, in modo da impedire ai Goti sulla riva destra del Tevere di intervenire in aiuto del grosso del loro esercito nel momento critico della battaglia.

La battaglia di porta Salaria (aprile 537)[34]
All’alba Belisario diede inizio alla manovra. Vitige dispose la fanteria in formazione compatta al centro, «non lontano dall’accampamento», protetta alle ali dalla cavalleria: il suo intento, secondo Procopio, era di assorbire l’urto romano a una certa distanza dalle mura, in modo da avere spazio, al momento opportuno, per contrattaccare e infliggere gravi perdite ai Romani prima che riuscissero a raggiungere e attraversare il fossato esterno, dove sarebbero stati relativamente al sicuro, protetti dal tiro di arcieri e catapulte. L’attacco romano si sviluppò senza sorprese: nonostante le perdite inflitte ai Goti dal tiro degli arcieri, l’esercito di Belisario non aveva la forza per spezzare la resistenza nemica, e «i combattimenti si prolungarono fino a mezzogiorno» senza alcun risultato apprezzabile.
Nel frattempo, sulla sponda destra del Tevere, i Goti che presidiavano il Campo di Nerone si lasciarono inizialmente intimorire dalla gran massa di uomini che muoveva verso di loro, e decisero di abbandonare il campo «per ritirarsi su alcune alture vicine» [35]. Ma la fanteria romana era composta «soprattutto da barcaioli e servitori», del tutto incapaci di mantenere uno schieramento ordinato ed eseguire gli ordini impartiti dal luogotenente di Belisario che guidava l’azione: nel momento in cui sarebbe stato necessario incalzare i Goti, questi miliziani improvvisati si diedero invece a saccheggiare il loro accampamento indifeso. «A quel punto i barbari, come un sol uomo, si gettarono sui nemici, pieni d’ira», mettendo in fuga i Romani che fuggirono precipitosamente verso la porta Cornelia.
Ne vennero massacrati centinaia; ma quello sulla riva destra era uno scontro minore, e le perdite subite dalla guarnigione – dai soldati su cui Belisario contava per la difesa della città – furono comunque minime. La vera battaglia si combatteva invece ad un migliaio di passi dalla porta Pinciana: qui la fanteria di Vitige continuava a resistere validamente dopo aver formato il «muro di scudi», difficilissimo da spezzare se protetto ai fianchi e ancorato a un ostacolo naturale o una fortificazione campale. La «falange» romana si accanì inutilmente in un assalto frontale senza prospettive di successo, vista la superiorità numerica dei Goti; a quel punto, incoraggiato dall’andamento dello scontro, Vitige diede ordine alla cavalleria dell’ala destra di caricare a fondo. Nel terreno ondulato e parzialmente coperto di boschi di fronte alla porta Pinciana, in uno spazio relativamente ristretto [36], i Goti riuscirono ad arrivare al corpo a corpo senza subire a lungo il tiro degli arcieri di Belisario: la cavalleria destinata a proteggere il fianco sinistro dell’esercito romano «non resse all’urto delle loro lance» e batté in ritirata, «cacciandosi in mezzo alla falange di fanteria», con il risultato che è facile immaginare. Ben presto la fuga divenne generale, e solo la vicinanza delle mura – ben guarnite di uomini, arcieri e catapulte – impedì ai Goti di massacrare gli sconfitti [37].
I Romani avevano evitato il disastro di stretta misura. Belisario sfruttò lo scampato pericolo per riprendere a condurre la difesa dell’Urbe secondo le tattiche sperimentate senza più alcuna opposizione da parte dei cittadini. Viti-ge aveva perso la seconda occasione – dopo quella fugace del 12 febbraio – di conquistare Roma sfruttando un errore del suo nemico. Non ne avrebbe avuta una terza.
Il capolavoro di Belisario
I mesi passarono lentamente, senza più combattimenti su vasta scala. La cavalleria di Belisario riprese le incursioni di disturbo, mentre i Goti tentarono di rafforzare il blocco stabilendo un presidio tra il terzo e il quarto miglio della via Latina, circa quattro chilometri a sud-est di porta San Sebastiano, dove le possenti strutture in muratura dell’Aqua Claudia e dell’Aqua Marcia, incrociandosi due volte nello spazio di circa trecento metri, potevano essere facilmente trasformate in una fortezza da cui dominare le principali vie di comunicazione verso il meridione [38]. Era una mossa efficace, anche se tardiva; Belisario rispose distaccando i suoi cavalieri unni in posizione avanzata alla basilica di San Paolo, che era a sua volta un caposaldo ideale, protetta alle spalle dal Tevere e collegata da un lungo colonnato alla porta Ostiense 39. Gli Unni – comandati da Valeriano, uno degli ufficiali più esperti presenti a Roma – ebbero ampia libertà d’azione: gli arcieri a cavallo della steppa dimostrarono anche in questo caso la loro eccezionale abilità nella guerra di movimento, riducendo rapidamente all’impotenza la guarnigione nemica del “campo degli acquedotti” [40].
Dopo poche settimane, costretti sulla difensiva dalle micidiali scorrerie degli uomini di Valeriano e decimati dalla malaria, i Goti furono costretti ad abbandonare la posizione, riaprendo di fatto le comunicazioni tra Roma e la Campania [41].
Era un ennesimo segno dell’incapacità dei Goti di condurre a buon fine l’assedio. Belisario, benché la situazione a Roma fosse tutt’altro che facile, prese l’iniziativa: dopo aver mandato Procopio in Campania per raccogliere truppe e rifornimenti [42], affidò una flying column [42] a Magnus e Sinthues, due dei suoi buccellarii, con l’ordine di occupare Tivoli – cosa che riuscì loro senza difficoltà – e da quella base attaccare le linee di comunicazione nemiche. I due ufficiali, non appena ebbero riparato le fortificazioni cittadine, «cominciarono a dare non poco fastidio ai nemici, le cui basi non si trovavano distanti da lì, portando contro di esse ripetuti attacchi e tenendo costantemente in allarme con attacchi di sorpresa i barbari che scortavano convogli di provviste». [44]
La strategia era chiara: trasformare gli assedianti in assediati; far sentire loro, oltre alla delusione per una vittoria che avevano creduto facile e invece si allontanava ogni giorno di più, lo scoraggiamento per le malattie che uccidevano in silenzio, i disagi della fame, la paura per le incursioni di un nemico feroce e inafferrabile che poteva colpire chiunque si allontanasse dalla sicurezza degli accampamenti.
La fine dell’estate e l’inizio dell’autunno trascorsero senza novità; verso l’inizio di novembre giunse a Roma la notizia, a lungo attesa, che i rinforzi richiesti da Belisario in primavera erano finalmente sbarcati nei porti dell’I-talia meridionale. A Napoli erano sbarcati tremila Isauri agli ordini di Paolo e Conone; a Otranto settecento Traci agli ordini di Giovanni nipote di Vitaliano – uno dei migliori comandanti di cavalleria dell’impero, preceduto dalla fama di combattente implacabile che gli aveva fatto guadagnare il soprannome di Sanguinarius – assieme ad altri due banda di cavalleria guidati da due ufficiali di nome Alessandro e Marcenzio. Sommati ai cinquecento uomini raccolti da Procopio tra le guarnigioni lasciate in Campania un anno prima, il totale dei rinforzi che stavano per raggiungere Roma avrebbe praticamente raddoppiato gli effettivi a disposizione di Belisario, ponendo fine a qualsiasi speranza, da parte dei Goti, di indurlo alla resa.
Paolo e Conone si imbarcarono coi loro uomini verso Anzio; Giovanni, rinforzato dai cinquecento di Procopio, avanzò lungo la via Appia scortando un grande convoglio di carri carichi di viveri. Per distrarre l’attenzione del nemico e permettere al convoglio di entrare indisturbato in città Belisario organizzò una complessa sortita in due tempi: un primo contingente uscì dalla porta Pinciana, e quando ebbe attirato su di sé il grosso della cavalleria nemica un secondo contingente uscì dalla porta Flaminia, caricando sul fianco e alle spalle il nemico. Ancora una volta i Goti subirono gravi perdite, secondo Procopio, e i Romani dimostrarono la loro superiorità tattica nei combattimenti di cavalleria; l’azione ebbe l’effetto previsto, perché rifornimenti e rinforzi raggiunsero Roma senza incontrare opposizione [45]..
Vitige, resosi conto che la situazione era ormai irreparabilmente compromessa, inviò tre suoi plenipotenziari a Roma per trattare una tregua. Belisario rispose di essere felice di aprire le trattative «purché da parte vostra vengano fatte proposte concrete di pace e giustizia». Dopo alcune schermaglie, gli ambasciatori proposero al generale di concedergli la Sicilia, oltre che – ovviamente – il diritto di abbandonare Roma con uomini e armi; Belisario, con sprezzante ironia, replicò di esser disposto in cambio della Sicilia a concedere loro la Britannia, ancora più grande e popolosa, «fin dall’antichità soggetta ai Romani», perché «è giusto contraccambiare con pari generosità coloro che ci fanno un dono o una gentilezza». «Allora», ripresero i barbari, «se vi facessimo qualche proposta riguardo alla Campania e alla stessa Napoli, non l’accettereste?» [46]
Si cominciava a ragionare: una simile apertura significava che Vitige era ormai rassegnato ad accettare un condominium sulla penisola, che di fatto avrebbe lasciato all’impero il controllo dell’intero Mediterraneo. Era un buon risultato, tenendo conto delle dimensioni ridotte dell’esercito con cui Belisario aveva invaso l’Italia poco più di anno prima. Ma il nemico era battuto, e si poteva ottenere molto di più. Belisario disse di non poter decidere senza conoscere prima il parere di Giustiniano; e non cambiò idea nemmeno di fronte all’ulteriore offerta di versare all’imperatore un tributo annuo. Era necessario mandare ambasciatori a Costantinopoli.
Ai primi di dicembre venne concordata una tregua di tre mesi, per dare tempo ai rappresentanti di Vitige di raggiungere la capitale e tornare a riferire le decisioni di Giustiniano. Belisario aveva tutto da guadagnare da una momentanea sospensione delle ostilità: non solo rifornimenti e rinforzi, grazie all’armistizio, avrebbero raggiunto Roma senza ostacoli, ma durante i mesi freddi le sue truppe potevano godere dei vantaggi dell’acquartieramento in città, mentre i Goti sarebbero stati costretti a passare l’inverno nei sovraffollati e malsani accampamenti fuori le mura.
Anche attorno a Roma la situazione dei Goti si andava deteriorando. Ben presto non fu più possibile far giungere i viveri necessari alle guarnigioni di Porto, Albano e Centumcellae (Civitavechia), che dovettero essere ritirate. Belisario ordinò immediatamente di occupare le tre cittadine ignorando le proteste di Vitige, che lo accusò di aver violato gli accordi e minacciò ritorsioni: erano parole al vento, e Belisario rispose che si era limitato a prendere possesso di capisaldi abbandonati senza aver intrapreso alcuna azione offensiva. La tregua venne mantenuta.
La debolezza dei Goti era ormai evidente: era tempo di preparare il colpo che li avrebbe costretti ad abbandonare Roma. Belisario, convinto di potersi privare di un forte contingente di cavalleria, distaccò Giovanni con circa duemila uomini e lo inviò a svernare ad Alba Fucens [47], in posizione strategicamente ideale sia per portare aiuto a Roma nell’improbabile caso di una ripresa offensiva nemica, sia e soprattutto per muovere verso nord appena possibile e minacciare le comunicazioni di Vitige con Ravenna oltre lo spartiacque appenninico.
L’inverno trascorse senza avvenimenti importanti dal punto di vista militare. Vitige, sempre più scoraggiato, probabilmente consapevole di quanto scarse fossero le speranze di ricevere buone notizie da Costantinopoli, decise di tentare di risolvere la situazione con un colpo di mano, ma per tre volte i suoi tentativi fallirono [48]. Per quanto c’è da dubitare che Roma avesse mai corso serio pericolo, si trattava di evidenti violazioni della tregua: Belisario colse l’occasione per dar ordine a Giovanni di passare all’offensiva. Il Sanguinarius non aspettava altro: la sua flying column avanzò attraverso il cuore della penisola e risalì il versante adriatico lasciando dietro di sé una scia di distruzione. Tutte le fattorie di possidenti goti vennero saccheggiate e bruciate; un contingente inviato da Vitige a intercettare i duemila cavalieri romani venne sorpreso e sbaragliato. Giovanni, contravvenendo a ordini espliciti ricevuti da Belisario, decise di avanzare oltre Osimo e Urbino senza averle espugnate – erano troppo ben munite, e lui non aveva né gli uomini sufficienti né i mezzi adatti ad assediarle – e puntò audacemente su Rimini, la cui guarnigione, nel timore che la popolazione si ribellasse e aprisse le porte ai Romani, ripiegò su Ravenna [49].

La sezione della Tabula Peutingeriana comprendente Roma e il centro Italia.
Sono ben visibili il porto alla foce del Tevere, la città di Tibur (Tivoli)
e l’alto corso dell’Aniene che dà accesso alla dorsale appenninica,
oltre la quale è indicata anche la cittadina di Alba.
Come nota giustamente Procopio «egli non agì in questo modo per un eccesso di fiducia nel proprio ardimento: aveva infatti coraggio, ma anche buon senso. Fece invece il ragionamento che – come doveva poi accadere – se i Goti avessero saputo che un esercito romano era nelle vicinanze di Ravenna, avrebbero all’istante levato l’assedio da Roma, temendo di perdere quella città». [50]
Belisario non poté far altro che riconoscere l’eccezionale efficacia dell’azione del suo subordinato: raramente nella storia militare un “approccio indiretto” ha avuto un esito più felice, anche se preparato dalla tenace strategia di logoramento “romana” del comandante in capo. Vitige, informato della minaccia che incombeva sulla capitale – dove la sua sposa Matasunta, che non lo aveva mai accettato come consorte degno di lei, sembrava stesse tramando col nemico – decise di abbandonare la lotta. Un anno e nove giorni dopo l’inizio dell’assedio, «all’incirca all’equinozio di primavera» [51], i Goti appiccarono il fuoco ai loro accampamenti di fronte alle mura di Roma e si misero in marcia verso nord lungo la via Flaminia. Belisario attese che il grosso delle forze di Vitige attraversasse ponte Milvio, poi guidò la cavalleria dalla porta Pinciana contro la retroguardia nemica, ancora numerosa, che non resse a lungo l’urto e si sbandò. Molti guerrieri Goti si gettarono nel Tevere, e «siccome portavano le armi» quasi tutti annegarono; molti vennero uccisi sul posto o nei campi vicini. Dalla riva destra non giunse alcun aiuto; né sarebbe stato possibile, visto che il ponte era affollato di fuggiaschi.
Roma era salva. A Belisario era riuscito un piccolo miracolo: era stato capace di mantenere l’iniziativa strategica pur trovandosi in una situazione di grave inferiorità numerica, e quindi costretto a una condotta tattica rigidamente difensiva. Scegliendo di difendere Roma, aveva costretto Vitige a farne il proprio obiettivo, e lo aveva indotto così a dissipare le proprie risorse in una logorante operazione d’assedio per la quale Belisario sapeva, o quantomeno sperava, che il suo avversario non avrebbe avuto a disposizione uomini e mezzi sufficienti.
Esistono degli universali strategici che attraversano le epoche e le civiltà. Circa mille anni prima della battaglia di Roma il maestro Sun scriveva: «Chi sa far muovere l’avversario lo costringe ad adattarsi alla propria disposizione, e gli offre qualcosa che non può non prendere. Lo fa muovere con la speranza di un vantaggio, e con le truppe lo attende al varco». [52]
Convincere il nemico di poter ottenere una vittoria dove lo aspetta una trappola è un colpo da maestro dell’arte della guerra. Belisario dimostrò di possedere la capacità e l’audacia necessarie a mettere in atto una strategia raffinata, guidando la controffensiva del suo avversario verso Roma e le sue fortificazioni. Era un rischio calcolato: perdere il vantaggio della mobilità pur di costringere Vitige a logorare le proprie forze di fronte alle mura dell’Urbe, dove la parola sarebbe passata alla tattica. E su quel terreno i nuovi guerrieri dell’impero, come Belisario sapeva bene, avrebbero dimostrato di possedere un vantaggio decisivo [53]
Note:
27. Proc., Bell., 5.23.21-22. Come già detto, la porta Prenestina distava circa tre chilometri e mezzo dalla porta Salaria, e quindi dalla zona dei principali accampamenti goti: l’inseguimento e la strage dei fuggitivi avvenne dunque nella zona occupata oggi dal palazzo dell’Aeronautica Militare, dalla Città Universitaria e dal Policlinico Umberto I.
28. Proc., Bell., 5.25.2-3, 11.
29. Proc., Bell., 5.26.16-17. Lo scalo marittimo di Ostia era ormai interrato; il passo di Pro-copio non è chiarissimo: le navi romane, dopo la conquista di Porto da parte dei Goti, dovevano sbarcare le merci ad Anzio; di qui il viaggio via terra fino a Ostia lungo la strada litoranea, e poi fino a Roma lungo la via Ostiense, che però, specifica Procopio, correva in mezzo ai boschi ed era in cattivo stato; inoltre, siccome correva a una certa distanza dal-la riva sinistra del Tevere, non si potevano utilizzare per il movimento di carichi pesanti chiatte trainate da animali. Si tende spesso a dimenticare che, nel mondo antico e medie-vale, il trasporto sul mare e sulle vie d’acqua interne era molto più rapido e vantaggioso di quello per via di terra.
30. Naturalmente questi primi rinforzi non erano stati inviati da Costantinopoli in seguito alla pressante richiesta di Belisario del 13 marzo: a quella data dovevano essere già in viaggio almeno da un paio di settimane.
31. Proc., Bell. 5.27.7-10.
32. Non ho nemmeno citato il computo delle perdite («non meno di mille Goti»), come al solito esagerato, introdotto in questo caso da un’espressione dubitativa («si dice») che per una volta rivela persino in Procopio scarsa fiducia nell’affidabilità dell’informazione.
33. La mia ipotesi è che dalla porta Salaria, dopo aver provocato il nemico, il reparto di Traiano si sia attestato nei pressi dell’attuale villa Torlonia, lontana appena un chilometro, dove esisteva una piccola altura; quindi, raggiunti dai Goti, i suoi uomini si siano ritirati verso sud fino a raggiungere la porta Tiburtina, distante un paio di chilometri. Ovviamente non sarebbero potuti tornare da dove erano venuti, perché a quel punto i Goti si trovavano fra loro e la porta Salaria (che infatti Procopio non nomina quando parla del loro rientro in città).
34. Cartina tratta da Jacobsen, The Gothic War, cit., p. 125, dove si può leggere anche un’accurata descrizione della battaglia (pp. 122-127).
35. Proc., Bell., 5.29.25. L’altura su cui si ritirarono i Goti non può essere altro che il colle di Monte Mario.
36. Il campo di battaglia era delimitato a ovest dal «muro rotto» (cfr. Proc., Bell., 5.23.4), il
tratto di mura Aureliane che proteggeva la collina del Pincio (oggi Muro Torto); a nord dalle alture dietro l’attuale Galleria Nazionale d’arte Moderna; a est dall’altura della Villa Borghese (oggi Museo Borghese); a sud dalle mura Aureliane tra la porta Pinciana e la Salaria: un quadrilatero di circa 1.000 metri dilato. Il decisivo attacco dell’ala destra di Viti-ge avvenne quindi nella zona dell’attuale piazzale delle Canestre – piazza di Siena.
37. Il racconto della fase decisiva della battaglia di porta Pinciana in Proc., Bell., 5.29.35-50.
38. Il luogo è citato come Campus Barbaricus ancora all’epoca di Gregorio II (715-731). Co-me si legge nella bella pagina dedicata a Tor Fiscale sul sito medioevo.org, «l’importanza strategica di questa località è dimostrata dal fatto che, anche nei secoli successivi, se ne giovarono allo stesso scopo gli eserciti che miravano alla conquista di Roma. […1 Oggi purtroppo non è facile immaginare che aspetto avesse questo campo fortificato; infatti, da una parte l’acquedotto Marcio è stato demolito per far posto all’acquedotto Felice, dall’altra l’acquedotto Claudio è stato ampiamente smantellato nel corso dei secoli al fine di riutilizzarne i materiali». Sull’angolo nord-est dell’antico Campus Barbaricus venne costruita nel XIII secolo una possente torre, «una delle più ragguardevoli costruzioni del genere esistente nella campagna romana, robustissima e piuttosto ben conservata, alta circa 30 metri», che nel XVII secolo prese il nome attuale di Tor Fiscale.
39. Cfr. Proc., Bell., 6.4.9.
40. La definizione è mia; Procopio lo cita come «il campo situato presso la via Appia» (Bell., 6.4.14).
41. Anche gli Unni, per la verità, subirono perdite sensibili per la malaria, che nella stagione calda mieteva vittime nella campagna romana; ma vennero richiamati in città da Belisario solo dopo che ebbero portato a termine la loro missione.
42. L’assessor di Belisario rimase lontano da Roma per molte settimane: per questo il suo resoconto dell’assedio tra luglio e dicembre è molto meno accurato.
43. Questo termine, usato più nella letteratura anglosassone che in quella italiana, indica un reparto mobile indipendente formato ad hoc per una specifica missione.
44. Proc., Bell., 6.4.15.
45. La nuova battaglia tra porta Pinciana e porta Flaminia è descritta in Proc., Bell., 6.5.5-27
46. Proc., Bell., 6.6.30. Procopio, probabilmente presente all’incontro nella sua qualità di assessor del generale, riferisce il dialogo senza abbellimenti, come se stesse utilizzando de-gli appunti presi in diretta.
47. Colonia di diritto latino fondata nel IV secolo a.C., Alba Fucens si trovava in posizione ottimamente munita a quasi 1.000 metri di altezza alle pendici meridionali del massiccio del Velino. Il sito archeologico si trova oggi nel comune di Massa d’Albe, presso Avezzano, in provincia dell’Aquila.
48. Cfr. Proc., Bell., 6.9.
49. Cfr. Proc., Bell., 6.10.1-5. Il contingente ostrogoto messo in fuga da Giovanni era agli ordini di Ulitheus, un anziano zio di Vitige; Osimo e Urbino, troppo ben munite, vennero oltrepassate da Giovanni, che aveva deciso di puntare tutto sull’effetto psicologico causato dalla comparsa della sua colonna a una sola giornata di marcia da Ravenna.
50. Proc., Bell., 6.10.7.
51. PRoc., Bell., 6.10.13. Secondo la datazione qui proposta per l’inizio dell’assedio (21 febbraio 537) si tratterebbe del primo marzo del 538.
52. Sun Tzu, Arte della guerra, V, in O. Breccia (cur.), L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz, Torino, Einaudi, 2009, pp. 8-32, p. 14 (traduzione di Riccardo Fracasso). Come scrivevo nella mia introduzione al volume, uno dei principi fondamentali della celebre opera del maestro cinese è «impossessarsi della mente dell’avversario, ovvero ingannarlo,fargli credere cose che non sono, e indurlo quindi a commettere errori; meglio ancora, a seguire una linea operativa dettata dalle nostre stesse false informazioni, e dunque prevedibile».
53. Alcuni autori sono piuttosto scettici riguardo le possibilità di pianificazione strategica in età antica e medievale, soprattutto a causa della mancanza di strumenti cartografici sufficientemente precisi. Non c’è alcun dubbio sul fatto che la rappresentazione del territorio fosse molto imprecisa rispetto ai nostri standard; ma non era del tutto inadeguata. Come è noto, esiste un solo esempio superstite di «carta itineraria» di epoca romana, la cosiddetta Tabula Peutingeriana (copia bassomedievale di un originale risalente al tempo di Augusto), dove sono schematizzate le vie di comunicazione dell’impero. Nessun generale del terzo millennio secolo sarebbe felice, e forse nemmeno capace di concepire una manovra utilizzando uno strumento del genere: ma a ben vedere la Tabula fornisce alcune, anzi quasi tutte le informazioni essenziali necessarie alla pianificazione di una campagna, ovvero le distanze tra le principali città e centri abitati riportate (con esattezza) in termini di ore di marcia, e gli ostacoli maggiori quali fiumi, paludi e catene montuose. Keep it simple è una delle regole più preziose dell’arte militare: bisognerebbe dedicare uno studio più approfondito a questo tema, ma la mia impressione è che l’essenzialità della rappresentazione cartografica non possa aver creato difficoltà insormontabili ai comandanti dei secoli passati.
Autore: Gastone Breccia
Fonte: Nuova Antologia Militare 2022 (NAM)

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