Cassala: una vittoria italiana Italiani contro i Dervisci (marzo-aprile 1896)

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Classificazione: 4 su 5.

La coincidenza tra le ambizioni del governo italiano e gli interessi della Gran Bretagna fu un elemento costante nella politica coloniale italiana che si interruppe solo al termine della I^ Guerra Mondiale. La prima occasione si presentò già nel 1882 quando il governo inglese, in seguito al ritiro della squadra francese, offrì all’Italia di partecipare all’occupazione di Alessandria e al successivo sfruttamento economico derivante dal possesso del canale di Suez e di gran parte delle coste del Mar Rosso[1]. Il governo italiano declinò l’offerta ma nel 1883, sempre su indicazione inglese, decise di formalizzare i diritti di possesso dei territori circostanti la baia di Assab e nel febbraio del 1885 inviò il neocostituito Corpo Speciale per l’Africa ad occupare Massaua, uno dei porti più importanti della costa Eritrea[2].

Massaua era il porto egiziano più vicino all’Impero Etiopico e gli Inglesi, con il contributo degli Italiani, speravano di trasformare il solitario Impero in un potenziale alleato contro l’espansione di un nuovo e pericoloso rivale: i Dervisci.

I Dervisci, guidati dal Mahdi, furono inizialmente sottovalutati dal governo egiziano che solo nel 1884, dopo una serie di imprevedibili sconfitte[3], si decise a chiedere il sostegno dell’Inghilterra per difendere la loro ultima piazzaforte nel Sudan, Khartoum. Come risposta il governo inglese inviò il generale Gordon, che si ritrovò assediato in Khartoum. La spedizione inviata per salvarlo non giunse in tempo e quando Khartoum cadde nel gennaio del 1885, l’insurrezione mahdista aveva sottratto al governo Anglo-Egiziano tutte le regioni dell’alto Nilo. Alla morte del Mahdi la spinta espansiva del movimento non si arrestò e proseguì sotto il governo dei suoi emiri. Le conquiste di Cassala e del Darfur, le spedizioni trionfali nell’Equatore e il vittorioso conflitto con la cristiana l’Abissinia[4], avevano consentito ai Dervisci di creare un vasto stato indipendente e un temibile esercito.

Dopo lo sbarco a Massaua, a parte lo spiacevole episodio di Dogali, il governo della neonata colonia riuscì ad avviare una stabile collaborazione con le popolazioni del nord dell’Eritrea, le più minacciate dai Dervisci. L’opera di stabilizzazione operata dalle autorità italiane si concentrò soprattutto in azioni di confine contro le razzie delle bande Baggara ed il commercio degli schiavi, quest’ultimo particolarmente praticato dai Dervisci. Il primo scontro tra gli Ascari e i Dervisci avvenne durante una di queste operazioni di confine. Il 27 giugno 1890 un migliaio di guerrieri Dervisci, dopo aver compiuto una scorreria tra i Beni-Amer, tribù nomade sotto protettorato italiano, fu sorpreso e distrutto ai pozzi di Agordat. Ancora nel 1892 i Dervisci del Ghedaref furono sconfitti a Serobeiti.

Ma nel dicembre del 1893 una gigantesca orda di circa 12.000 Dervisci, alla guida dell’emiro del Ghedaref, si mise in marcia in direzione di Agordat, verso la Colonia. Il generale Arimondi mosse loro incontro con una brigata di Ascari e li sconfisse il 21 dicembre ad Agordat.

Ma la pressione dei Dervisci non si arrestò e tra maggio e giugno del 1894 i cavalieri Baggara continuarono le loro abituali razzie di confine. In conseguenza di questo fu concentrato un grosso contingente italiano a Agordat. Obiettivo del corpo d’operazione, al comando del generale Barattieri, era l’occupazione di Cassala, località all’estremo limite dei confini della colonia e principale base da cui partivano i Dervisci.   

Il 14 luglio Baratieri si mosse verso Cassala e il 17 luglio del 1894 si scontrò con circa 2.000 Dervisci sconfiggendoli. Con l’occupazione di Cassala la minaccia dei Dervisci si considerò risolta e nei due anni successivi i confini settentrionali rimasero in pace. Solo l’imprevista sconfitta di Adua nel marzo del 1896 rimise in discussione l’intera questione e rianimò le ambizioni dei Dervisci.

La situazione ai confini del Sudan

Nonostante il precedente tentativo di invasione si fosse concluso con la sconfitta ad Agordat, i Dervisci del Ghedaref, per ridare slancio alla loro esausta causa, decisero di tentare una seconda volta l’invasione dell’Eritrea.

Agordat aveva dimostrato quanto fosse rischioso ottenere una vittoria decisiva e i Dervisci ripiegarono su un’operazione di minore intensità, adottando un sistema già proficuamente usato dai loro correligionari di Spagna nell’VIII° secolo: un raid in profondità, finalizzato all’occupazione di un sito favorevole per impiantare una base sicura da cui lanciare ulteriori azioni in territorio nemico. Se la reazione era debole o fiacca, la presenza sarebbe divenuta permanente e il ciclo di operazioni sarebbe ricominciato.

La scelta del tempo e del luogo erano determinanti per la buona riuscita del piano.

Esclusa Agordat, che non era alla loro portata, ai Dervisci non rimase altro obiettivo al confine nord dell’Eritrea che riconquistare Cassala. Per la sua favorevole posizione e condizione geografica, poteva accogliere un grosso campo trincerato, assicurava le comunicazioni con la base in Sudan e consentiva di attendere tranquillamente la fine delle piene stagionali dell’Abderat.

Il fattore tempo era però il punto debole dell’operazione. Il periodo delle piene iniziava ad aprile e terminava a giugno, dopodichè il fiume rimaneva intransitabile e per circa cinque mesi non era possibile mantenere un collegamento stabile con il Sudan. L’occupazione di Cassala doveva essere completata per la fine di marzo. 

Cassala era una piccola stazione fluviale, con alle spalle il fiume Gasc e di fronte una distesa piatta e desolata, chiusa da due gruppi di alture, il Monte Mocram e il Monte Lakadmia, distanti tra loro circa 2000m; di qui passava la strada che collegava Cassala a Sabderat (21km). A circa 4km a nord di Cassala, c’era il guado di Tucruf: da qui partivano due piste che si dirigevano una verso sud direttamente a Cassala e parallela al fiume, l’altra aggirava da nord il M. Mocram e finiva nei dintorni di Sabderat.

La difesa del confine con il Sudan aveva come limite Ovest Cassala, il cui presidio era affidato al II° Battaglione Ascari. Bande irregolari o milizie assicuravano la protezione locale dei siti più importanti lungo la strada Cassala-Agordat.

Le comunicazioni con l’interno erano assicurate dalla linea telegrafica Cassala-Agordat con un posto di manutenzione a Sabderat e da una strada che seguiva lo stesso percorso.

Tra dicembre 1895 e febbraio del 1896, approfittando del fatto che gli Italiani erano impegnati a sud contro gli Abissini, i Dervisci iniziarono le operazioni nella zona di Cassala con veloci e rapaci scorrerie nei territori agricoli dei Beni-Amer, tribù di confine sotto la protezione degli Italiani.

Le scorrerie, composte da circa 400/600 uomini di cavalleria e fanteria, cominciarono ad essere sempre più frequenti, al punto da portare ad una serie di scontri che impegnarono attivamente gli Italiani[5]

L’avanguardia dei Dervisci occupò a febbraio le piantagioni di Gulusit e venne raggiunta pochi giorni dopo dal grosso dell’esercito derviscio [6]. Sul luogo fu costruito un primo campo trincerato, punto d’appoggio e di protezione per il bottino raccolto e per l’ingombrante seguito di non combattenti necessari per il mantenimento dell’esercito (tra 2000 e 3000 persone). Non potendo immediatamente attaccare Cassala, i Dervisci decisero di isolarla. Per fare questo dovevano assicurarsi il controllo della strettoia tra il M. Mocram e il M. Lakadmia e possibilmente del villaggio di Sabderat. Isolata dal resto della colonia, la resa di Cassala sarebbe stata solo questione di tempo.

L’8 marzo 1896, una banda di 400 fanti e 150 cavalieri aggirava il M. Mocram da nord e si spingeva fino a Sabderàt ed ai suoi pozzi[7].

La banda, dopo aver dato fuoco al M. Mocram per coprire con il fumo i suoi movimenti, si divise in due corpi che investirono frontalmente ed alle spalle il villaggio difeso dalle bande Amer di Alì Nurin, capo del Sabderat. L’attacco costrinse la banda a ritirarsi.

Ma i Dervisci, impegnati nel saccheggio del villaggio, furono sorpresi e messi in fuga da un ritorno offensivo degli Italiani accorsi dopo i primi spari dalle bande locali[8]. Tentarono un nuovo assalto, ma, appena uno dei loro capi venne messo fuori combattimento si ritirarono. Pochi giorni dopo, arrivava la carovana mensile dei rifornimenti.

La reazione italiana

All’indomani della battaglia di Adua (1° marzo 1896), mentre il generale Baldisserra[9] cercava di ricostituire la malconcia armata italiana in Eritrea, il confine con il Sudan da Cassala a Cheren era difeso da circa 2000 uomini e qualche pezzo d’artiglieria, distribuiti in diversi presidi .

L’improvvisa attività dei Dervisci lasciava solo due opzioni operative al comando italiano: evacuare Cassala o rifornirla. L’evacuazione di Cassala non era possibile per i pericoli che una tale operazione comportava se condotta sotto la pressione dei Dervisci. Era troppo alto il rischio di un secondo ed umiliante colpo al prestigio italiano, già fortemente scosso dopo Adua.

Non rimaneva che rifornire Cassala e farne uscire i non militari. Con meno bocche da sfamare si poteva ragionevolmente resistere fino ad aprile, quando la piena dell’Atbara avrebbe costretto i Dervisci a ritirarsi.

Ogni decisione in merito all’abbandono poteva essere presa in un secondo momento e con una più completa conoscenza dello scenario strategico e politico della colonia.

Baldisserra, con le truppe nazionali non ancora acclimatate[10] e le poche truppe indigene impegnate per contenere la grave situazione nel Tigrè, dispose che la scorta per la carovana mensile per Cassala fosse garantita dalle truppe dislocate lungo la strada Agordat-Cassala.

Ogni località presidiata, sarebbe stata responsabile della difesa ravvicinata del convoglio. I presidi che precedevano o seguivano il convoglio avrebbero assicurato i servizi di avanguardia e retroguardia.

L’operazione, benché complessa e di difficile esecuzione, riuscì. Assicurata una certa protezione, la carovana di 600 cammelli partì da Agordat l’11 marzo e nella notte tra il 15 e 16 marzo entrava tranquillamente a Cassala, protetta dalle compagnie di rinforzo del II° Battaglione Ascari che le aveva accolte a Sabderat. Immediatamente si organizzava il viaggio di ritorno che si prevedeva per il 18 o 19 marzo.

Dopo il passaggio della carovana, i Dervisci decisero di avvicinarsi a Cassala e costruirono un nuovo campo al guado di Turkruf. Alla vigilia del giorno fissato per l’uscita della carovana, iniziarono l’accerchiamento di Cassala[11]. Nella notte tra il 18 ed il 19 marzo i Dervisci, mentre impegnavano la guarnigione con scontri di fucileria, attaccavano di nuovo Sabderat con circa 1200 fanti e 300 cavalieri.

Gli attaccanti si divisero in tre gruppi e, attraversato il fiume, investirono violentemente il villaggio frontalmente, a destra e sul retro. I difensori, circa 150 tra irregolari delle bande e Ascari, si ritirarono a scaglioni su una posizione più favorevole. Quattro attacchi dei Dervisci furono sventati dal violento fuoco degli Ascari. Visti vani gli assalti, i Dervisci ritennero opportuno ritirarsi.

Anche in questa occasione i Dervisci mostrarono aggressività e audacia tali da richiedere misure urgenti: la guarnigione di Sabderat fu immediatamente rinforzata dalla 3^ compagnia del II° Battaglione Ascari di Cassala. Malgrado le sfavorevoli condizioni morali e materiali delle truppe reduci dalla recente campagna, per Baldisserra divenne urgente tentare un’azione più seria in grado di sbloccare definitivamente la situazione di Cassala.

La Colonna Stevani

Baldisserra affidò il comando dell’operazione al colonnello Stevani[12], con l’ordine di marciare su Cassala, consentire il ritorno della carovana e l’evacuazione dei non combattenti. Inoltre, se le condizioni lo rendevano possibile, attaccare i Dervisci e ricacciarli oltre il fiume. Anche se per la difesa della colonia erano disponibili in tutto sette battaglioni Ascari, compreso il II° Battaglione a Cassala, Baldisserra giustamente ritenne di dover agire con il massimo sforzo possibile, accettando il rischio di impegnare quasi tutte le forze operative a disposizione.

Ad Agordat si riunì la colonna di soccorso, che comprendeva quattro battaglioni Ascari (III°, VI°, VII° e VIII°) e una sezione d’artiglieria indigena: in totale circa 2500 uomini, due pezzi da montagna, un plotone di Ascari di cavalleria e circa 300 muletti.

Il 23 marzo partirono da Agordat i primi scaglioni della colonna. Il colonnello Stevani curò con particolare attenzione le modalità della marcia di avvicinamento. Per il caldo impose di marciare di notte e sostare di giorno, la colonna avrebbe marciato suddivisa in tre scaglioni a circa due giornate di distanza: Avanguardia – VIII° Battaglione Ascari; Grosso – III° e VII° Battaglione Ascari, due pezzi da montagna e un plotone di Ascari di cavalleria; Retroguardia – VI° Battaglione Ascari. Le salmerie avrebbero seguito i reparti di appartenenza. Nonostante l’accurata pianificazione, i cinque giorni di marcia tra Agordat e Cassala furono faticosi, particolarmente per le reclute che avevano rimesso in sesto i due battaglioni reduci da Adua.

Inoltre, gli approvvigionamenti erano scarsi e la prossimità dei Dervisci sconsigliava di distaccare gruppi di foraggiatori, che avrebbero comunque trovato ben poco. In queste difficili condizioni la colonna, ancor prima di concentrarsi a Sabderat perse circa 400 effettivi. In tanto a Cassala i Dervisci cominciarono la realizzazione di un rozzo sistema di opere di assedio con fossati, siepi e muri a secco a 2 chilometri a nord e a est del forte; poi si avvicinarono e aprirono il fuoco contro il forte con due vecchi cannoni da montagna catturati agli Egiziani, ma senza alcun risultato. L’assedio aveva comunque già causato ai difensori 20 caduti e 80 feriti.

Il 28 marzo l’avanguardia della colonna Stevani giunse a Sabderat e il 31 fu raggiunta dal grosso. Gli informatori locali e l’attività di esplorazione informarono il colonnello che i Dervisci erano schierati alla stretta che porta a Cassala, tra il M. Lakdamia e il M. Mokram e lì attendevano gli Italiani. Stevani decise di aggirarli passando a nord del M. Mokram, per poi ruotare verso sud e raggiungere Cassala .

Stevani avvertì il VI° Battaglione, in coda alla colonna, della decisione presa e gli ordinò di spingersi sulle alture del M. Mokram per coprire il movimento del grosso della colonna verso Cassala e proteggere il rientro della carovana. La sera del 1° aprile, la colonna partì dal campo con i tre battaglioni disposti in quadrato. Con una spedita marcia notturna la manovra di aggiramento riuscì e arrivò alle tre di notte del mattino seguente a Cassala. Mentre la colonna arrivava a Cassala, il VI° Battaglione arrivava a Sabderat e dopo un’ora di riposo si diresse alle falde meridionali del M. Mokram. Secondo gli ordini ricevuti iniziò la scalata, ignaro che la colonna era già all’interno del forte. I Dervisci si accorsero del movimento e, con un veloce cambio di fronte verso nord, aprirono un vivace fuoco sul fianco scoperto del battaglione, oramai virtualmente isolato dal grosso. Lo scambio di fucileria richiamò l’attenzione di Stevani che decise di portare immediato soccorso alla retroguardia.

Il piano concepito velocemente prevedeva di uscire immediatamente con tutte le truppe disponibili e avvicinarsi con una marcia notturna al M. Mokram; attendere l’alba, effettuare con sicurezza lo schieramento dei battaglioni e attaccare il nemico. Bisognava essere veloci, ma non avventati, i Dervisci si erano dimostrati pericolosi avversari. Stevani, come suo costume, elaborò con cura il dispositivo di marcia, anche in previsione dello scontro, adottando le seguenti disposizioni: il III° e VII° Battaglione si dovevano schierare a destra del VI° Battaglione con due sezioni di artiglieria per prolungare la linea di combattimento; seguiva il II° Battaglione come secondo scaglione con il compito di guardare la strada di Cassala e assicurare un eventuale ripiegamento. Infine, l’VIII° Battaglione, in riserva, doveva fronteggiare eventuali mosse offensive da Turkruf[13]

I combattimenti del 2 aprile (M. Mokram) e del 3 aprile (campo di Tucruf)

All’alba del 2 aprile, la colonna raggiunse il battaglione attaccato, gli Italiani si schierarono e attaccarono come pianificato, di fronte e di fianco. I Battaglioni III°, VII° e VI° caricarono i Dervisci ai piedi del monte, con l’appoggio diretto delle due sezioni di artiglieria. Il II° Battaglione aprì il fuoco alle massime distanze sul fianco sinistro dei Dervisci.

I Dervisci opposero una certa resistenza, ma dopo un’ora iniziarono a sganciarsi lentamente. Tallonati dal fuoco dagli Italiani[14], furono costretti a fuggire verso il loro campo con un largo giro sul lato esterno del M. Mokram. Alcuni gruppi, ancora appostati nella gola e sul M. Lakadmia, furono facilmente dispersi dagli Ascari vittoriosi.

Liberata la strada, Stevani approfittò della situazione e fece velocemente uscire il convoglio con una scorta di circa 500 irregolari locali, che raggiunsero senza problemi Sabderat. Partito il convoglio militare, i non combattenti ed i feriti iniziarono lo sgombro con la scorta di due compagnie fino a Sabderat, da dove sarebbero tornate a Cassala. Il primo obiettivo era stato raggiunto. I Dervisci lasciarono sul campo circa 150 tra caduti e feriti, oltre a 30 prigionieri. Erano stati battuti, ma conservavano intatta la loro capacità combattiva, come dimostreranno a Turkruf.

Stevani era consapevole che per rendere definitivo l’iniziale successo bisognava attaccare e sloggiare i Dervisci dal loro campo trincerato. Il campo dei Dervisci era composto da tre linee protettive. Era circondato esternamente da una zeriba (linea di rami spinosi), poi veniva una robusta palizzata di 2 o 3 file di tronchi intercalate da terra. Internamente aveva due file di trincee. Vi erano infine, fossi e tettoie, utili a ripararsi dal fuoco dell’artiglieria.

Il mattino del 3 aprile gli Italiani uscirono dal forte, si disposero in quadrato e iniziarono la marcia di avvicinamento a Turkruf.

Il fronte del quadrato era tenuto da 3 compagnie del II° Battaglione affiancate da 2 sezioni di artiglieria da montagna. Sul fianco destro marciavano le sei compagnie dei battaglioni III° e VI°, mentre sul fianco sinistro marciavano le tre compagnie del VII° Battaglione ed una compagnia dell’VIII°. In coda venivano due compagnie dell’VIII° battaglione, una del II° e gli irregolari della banda di Cassala. Al centro del quadrato c’era un plotone di cavalleria. La forza complessiva era di 62 ufficiali, 31 graduati italiani e 2.600 ascari

Dopo una marcia di 2 km, il quadrato si arrestò e i quattro pezzi sulla faccia di testa aprirono il fuoco. Dopo alcuni colpi riprese la marcia. Ogni 200 metri si fermava per fare fuoco con l’artiglieria e aggiustare l’allineamento dei reparti . Il fuoco era così intenso da indurre l’Emiro Ahmet Fadil a tentare una sortita (Posizione 1). Il quadrato era a circa 1000 metri dal campo, che i Dervisci uscirono in due masse di fanteria e di cavalleria. Con un ampio giro si portarono sulla destra del quadrato e attaccarono con foga, come loro costume. Erano un facile bersaglio per il disciplinato fuoco di risposta degli Ascari, che li costrinsero ad allontanarsi. (Posizione 2). Al termine dell’azione, gli Italiani osservarono delle nuvole di polvere dietro il campo, indizio che qualcuno si stava allontanando[15] .

Stevani distaccò immediatamente due pattuglie comandate da ufficiali per una ricognizione tattica. Poiché la loro missione non era stata disturbata, Stevani ragionevolmente dedusse che il campo era stato abbandonato e decise di avanzare. Quale misura precauzionale, fece precedere il quadrato da una compagnia del II° Battaglione come avanguardia. La compagnia si avvicinò al campo silenzioso, ma a 200 m fu accolta da un improvviso e micidiale fuoco. Dopo un iniziale sbandamento, la compagnia iniziò lentamente a ritirarsi sotto il fuoco dei Dervisci, con gravi perdite. I battaglioni del quadrato furono velocemente spiegati alle ali ed il campo investito da tutti i lati (Posizione 3). I Dervisci, da dietro le loro trincee, riuscirono con un micidiale fuoco a bloccare l’avanzata del III° battaglione sulla destra. Nel frattempo, il VII° battaglione a sinistra riuscì a penetrare attraverso la cinta esterna presso il greto del Gasc, ma le posizioni dominanti dei difensori ed il terreno esposto (era stato sgombrato dai possibili ripari) obbligarono anche questo a ritirarsi .I Dervisci approfittarono del momentaneo stallo dall’azione italiana e si lanciarono all’attacco (Posizione 4). La situazione degli Italiani era seria e poteva degenerare da un momento all’altro in un disastro. Tuttavia, per l’efficace azione di comando degli ufficiali ed il contegno della truppa la situazione fu ristabilita. Con un articolato movimento retrogrado eseguito per scaglioni successivi, i battaglioni riuscirono a mantenere la coesione ed a sviluppare un disciplinato e micidiale fuoco di fucileria che arrestò definitivamente lo slancio dei Dervisci.  

Tuttavia, le perdite subite in questa breve fase furono tali da costringere gli Italiani a ritirarsi su Cassala. Riformato il quadrato proseguirono indisturbati la marcia di rientro. Un ultimo tentativo di inseguimento da parte della cavalleria sudanese fu ancora frustrato dal fuoco degli Ascari . Le perdite italiane furono di 4 ufficiali caduti e 7 feriti, 157 ascari caduti e 344 feriti, pari a circa il 20% degli effettivi. Le perdite dei dervisci furono altrettanto pesanti. Nonostante il parziale insuccesso e le perdite subite dal suo distaccamento, il colonnello Stevani continuò ad esercitare una costante pressione sui Dervisci. Con una serie di piccole azioni notturne, nelle notti tra il 3 e 5 aprile, riuscì a dissimulare un prossimo ritorno offensivo. I Dervisci si resero conto che, anche se non erano stati battuti, non potevano più sperare di prendere Cassala in breve tempo.

Il 7 aprile i Dervisci sgombrarono Turkruf e il 9 aprile si ritirarono in buon ordine in direzione di Osobri sull’Altbara. Il secondo obiettivo della Colonna Stevani era stato pienamente raggiunto. Baldisserra ordinò al colonnello Stevani di lasciare un forte presidio a Cassala e di affrettare il ritorno ad Agordat.

Epilogo

Abbandonare Cassala non era più possibile, perchè la sua conservazione era necessaria all’Inghilterra per le prossime operazioni per la riconquista del Sudan. In tal senso il ministro della guerra scrisse a Baldisserra: “Delle considerazioni politiche ci consigliano di prolungare la nostra occupazione di Cassala. Abbiate cura di approvvigionare questo posto di tutto quanto vi sarà possibile di fornirgli. Quando le scorte saranno terminate, quale che sia il pericolo nel quale si potrà trovare il presidio in caso di investimento e di assedio da parte di un nemico molto superiore di numero, esso dovrà fare fronte al pericolo; me ne assumo l’intera responsabilità. Ordinate alla guarnigione di restare ferma al suo posto fino all’estremo limite del possibile.”

Cassala fu poi ceduta nel 1898, dopo quattro anni di occupazione italiana, agli Anglo-Egiziani del Col. Pearson[16]. Sarebbe tornata per breve tempo sotto il controllo italiano soltanto agli inizi della II^ Guerra Mondiale.

Osservazioni tattiche

Questa breve campagna confermò i pregi e le debolezze dell’esercito Derviscio. Dopo le iniziali campagne contro Egiziani ed Inglesi, condotte con formazioni composte principalmente da volontari, i Dervisci organizzarono i loro corpi su una struttura permanente.  Il corpo del Ghedaref era formato da quattro battaglioni (rub) e una riserva (endadia). I battaglioni erano composti di circa 500/800 fanti e 200/300 cavalieri organizzati permanentemente in quattro gruppi: uno amministrativo, uno di fucilieri (100/200 u.), uno di fanteria armata con lance e spade (400/600 u.) e infine uno di cavalleria.

I Dervisci operano con i singoli rub in diversi ruoli (avanguardia, esplorazione, ecc.) e su diversi obiettivi contemporaneamente. Con la loro leggera ma ingombrante organizzazione logistica, alimentata con un metodico e regolato saccheggio, i Dervisci possono riunirsi e manovrare velocemente. La loro concezione operativa è semplice, penetrare nell’Eritrea e occupare Cassala per farne una base di operazioni. Per riuscire deve contare sulla rapidità e sulla sorpresa, solo 30 giorni per concludere l’operazione prima delle piene. I Dervisci, che mostrano di conoscere con precisione quanto avviene ai loro confino, contano sul fatto che gli Italiani sono impegnati con gli Abissini e decidono di approfittare del momento. L’8 marzo sono a Gulusit e il 18 a Tucruf. Se il 27 occupano la stretta del M. Mokram, hanno già spinto per due volte i loro reparti fino a Sabderat, che rappresenta il loro limite operativo. Oltre non si spingono e preferiscono attendere la reazione italiana. 

Ben poco sappiamo dell’Emiro Ahmet Fadil. La sua direzione della campagna mostra una perspicacia tattica, ma anche una certa ingenuità operativa. Tutte le sue azioni tattiche sembrano caratterizzate da una costante predominanza dell’azione difensiva. Probabilmente l’esperienza con Inglesi ed Egiziani lo aveva reso consapevole dell’efficacia del fuoco di fucileria espresso dagli Europei. Cautela consigliava perciò di non esporsi inutilmente. Sempre con valore difensivo è concepita l’azione offensiva della cavalleria Baggara sul quadrato: guadagnare del tempo e concludere gli ultimi preparativi per la partenza.

A livello operativo non riuscì ad occupare Sabderat, né ad impedire l’arrivo del convoglio. Al M. Mokram fu colto di sorpresa e questo fu sufficiente per immobilizzare la sua azione offensiva, preferendo attendere le mosse degli Italiani dietro il campo trincerato. Se nel combattimento offensivo la cavalleria era il principale elemento di manovra, i Dervisci dietro una posizione difensiva si dimostravano altrettanto pericolosi e contro un massiccio quadrato combinavano il fuoco con l’urto: attendevano che il nemico fosse scosso per attaccare.

Prima lo bloccavano con il fuoco di fucileria e lo costringevano ad assumere formazioni aperte. A questo punto, con un solo balzo attaccavano sia la cavalleria che i fanti armati di spade e lance. L’inseguimento della cavalleria assicura la piena ritirata del nemico.  Nella difesa di Turkruf questo schema è applicato efficacemente. I fucilieri sostennero l’attacco dietro la palizzata del campo, la cavalleria e la fanteria uscirono dalle porte laterali e con un furioso assalto si lanciarono sul nemico.

La valida condotta degli Italiani fu il risultato di una coincidenza rara nella storia dell’Esercito italiano: brillante azione di comando e solidità dei reparti. Gli Italiani mantennero sempre l’iniziativa operativa ed il momento della spinta offensiva; sostennero due giorni consecutivi di combattimento e si ritirarono con ordine. Con manovre complesse e azioni audaci esercitarono una costante pressione sui Dervisci, che furono costretti a ritirarsi. In particolare, il colonnello Stevani curò l’azione di esplorazione e di informazione ravvicinata, sorprese i Dervisci con la manovra del M. Mokram e con una audace mossa psicologica li sfidò attaccando il loro campo.

La sua direzione tattica fu prudente ma efficace. Con un terreno piano e un nemico dotato di cavalleria, nelle marce di avvicinamento adottò la stessa formazione: il quadrato, un blocco di fucili in grado di fare fuoco su tutti i lati contemporaneamente.[17]L’artiglieria, piazzata sul lato rivolto al nemico, impegnò da lontano il nemico e sostenne con il suo fuoco lo spiegamento dei battaglioni. A Turkruf, dopo l’arresto subito nell’attacco al campo, l’azione proseguì con una combinazione di movimento e fuoco. Quando una compagnia retrocedeva, le altre due la coprivano con il fuoco. Questa manovra terminò quando i quattro battaglioni furono abbastanza vicini da riformare il quadrato. L’attacco all’alba al M. Mokram è condotto combinando lo slancio degli Ascari con il sostegno del fuoco. Con una marcia notturna gli Italiani riuscirono a schierarsi su una posizione più elevata dei Dervisci e alle loro spalle. La formazione adottata dai battaglioni era paragonabile ad una linea irregolare di divisioni (1/2 compagnie), detta “a catena”. Gli Ascari si avvicinarono con movimenti alternati con pause per fare fuoco, poi attaccarono con furore. L’assalto fu sostenuto dall’artiglieria e dal fuoco cadenzato a distanza del II° Battaglione.

Se per semplicità ci siamo spesso espressi con un generico italiani, dobbiamo in realtà parlare degli Ascari. Questo corpo, l’amalgama di etnie e religioni diverse (sudanesi, abissini, yemeniti, musulmani e cristiani, ecc.), fu il risultato di una capace azione di comando. Gli ufficiali italiani riuscirono a formare un corpo di truppe indigene tra i più validi e combattivi, pari a qualunque reggimento dell’Imperiale Esercito Indiano. Gli Ascari hanno sempre dimostrato coraggio, ma anche ordine ed esperienza nello svolgimento delle azioni tattiche. Amavano sparare ed erano abili tiratori, ma la loro azione di fuoco fu sempre stata disciplinata e distruttiva. Abituati a marciare e a correre, erano in grado di eseguire complesse manovre senza rompere la formazione.

Come ad Adua, anche a Cassala si comportarono come un esercito europeo. Assumere la formazione in quadrato e marciare, dispiegare i battaglioni in linea e attaccare, ripiegare a scaglioni e riformare il quadrato. Tutto sotto la pressione del nemico. Forse il migliore tributo agli Ascari ed ai loro ufficiali è il commento espresso da un ufficiale francese: “Come siano riusciti gli italiani ad ottenere un simile risultato, è degno di nota e di imitazione”.


[1] L’offerta, sostenuta dalla Germania, doveva in qualche modo compensare la frustrazione del Governo italiano a seguito dell’occupazione francese della Tunisia del 1881, considerata allora il nostro sbocco naturale in Africa.

[2] Poco prima di noi i Francesi avevano occupato il golfo di Tagiura e gli Inglesi avevano preso possesso di Zeila e Berbera.

[3] Fashoda (1882), El Obeid (1883), Kashgil (1883), Sinkat (1883), Tokar (1883) e El Teb (1884).

[4] A Cufit nel 1885 il Ras Aula sconfisse i Dervisci di Osman Digma, ma nel 1889 nella piana di Metemma il Negus Johannes fu sconfitto e ucciso dai Dervisci del Gherdaref.

[5] Alle piantagioni di Gulusit l’avanguardia dei dervisci, 200 cavalieri e 500 fanti, attaccano i 100 ascari di presidio del II°Battaglione Ascari e Futa, località poco distante a sud-ovest, presidiata da 35 uomini. Dopo un’accanita resistenza, i due presidi ripiegano lasciando 2 caduti ed 11 feriti.

[6] Il corpo del Ghedaref consiste in 4 rub (reparti) e un endadia (riserva), per un totale di 4.000 fanti, 1.000 cavalli ed alcune centinaia di fucilieri.

[7] Sono gli ultimi della strada Cassala-Agordat e con i pozzi distrutti o inquinati, un corpo di soccorso si sarebbe trovato senz’acqua alla fine di una lunga marcia (5/6 giorni per 150 km da Agordat) e nell’impossibilità di sostenere con successo un attacco.

[8]  20 Ascari a cavallo del Corpo Esploratori, guidati da due telegrafisti del genio di presidio alla stazione telegrafica in cima al monte Aurà

[9]  Il generale Baldisserra aveva sostituito lo sfortunato Barattieri nel governatorato della colonia. 

[10] Lo sbarco del Corpo di spedizione era ancora in corso e se ne aspettavano delle altre.

[11] Gli assedianti ammontano a 4.000 fanti, 1.000 cavalieri ed alcune centinaia di lance, guidati da Amir Ahmed Fadil. Il presidio italiano è di 20 ufficiali, 82 nazionali e 625 ascari.

[12] Presente alla battaglia d’Adua al comando del 1° rgt. Bersaglieri della Brigata Arimondi della colonna centrale. Anche i battaglioni Ascari  VII° e VIII° sono i resti della Brigata Albertone

[13] Uscita la colonna, alcuni Dervisci si avvicinano al forte di Cassala e scambiano fucilate con gli uomini del Chitet rimasti di guarnigione, ma si ritirano subito dopo.

[14]     60 ufficiali, 33 graduati nazionali e 2998 Ascari di truppa.

[15] Sono le donne e gli inermi al seguito dell’esercito mahdista che ripiegano su Gulusit.

[16] Nell’occasione venne ceduto agli Inglesi il VI° battaglione di presidio. Esso fu incorporato nella Sudanese Defence Force, conservando lo stesso colore della fascia, il verde, che lo aveva contrassegnato dalla fondazione.

[17] Gli Inglesi ne hanno fatto largo uso nelle loro campagne coloniali, ma proprio i Dervisci in diverse occasioni erano riusciti a rompere questa formazione, come ad El Teb ed Abuklea. La loro fanteria fece strage degli Inglesi, tra i quali si contavano alcuni solidi reggimenti indiani.

Autore:Gianluca Notari

Approfondimenti

  • Le Guerre Coloniali Italiane 1885/1900, R. Ruggeri , Pavia, Editrice Militare Italiana, 2003
  • La Guerra in Africa, V. Mantegazza, Firenze, Le Monnier, 1896
  • La Prima Guerra d’Africa, R. Battaglia, Torino, Einaudi, 1958
  • La Guerra d’Africa (1895-1896), A. Gaibi, Roma, Ministero della Guerra, 1928
  • Gli Italiani in Africa Orientale, A. del Boca, Bari, Laterza, 1976
  • La battaglia di Adua, B. Emilio, Genova, Fratelli Melita Editore, 1988
  • Squadrone Bianco, D. Quirico, Milano, Mondatori, 2003
  • Storia delle fanterie italiane Volume IV, E. Scala, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 1952

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